Stamani giornata di orientamento per giovani delle superiori nell’ateneo pisano.
Il corso di laurea in Scienze e tecniche di psicologia clinica e sperimentale chiede ad alcuni docenti di rendersi disponibili, ed io lo faccio.
Ci sono un paio d’ore: una prima parte che non tratto io, su aspetti più formali e generali, poi ho circa un’ora per rappresentare cos’è la psicologia moderna, cosa possono fare gli psicologi e cosa c’è di interessante in questo mondo.
Non molto tempo, per la verità, ma mi organizzo.
Un’aula piena e un imprevisto
È una giornata quasi estiva quando mi reco al Dipartimento di Matematica, dove si tengono gli orientamenti.
Vedo già un sacco di giovani, trovo il mio edificio. Avevo pensato a lungo come impostare questo spazio, anche perché mia figlia mi aveva già detto:
«Guarda, non ti faranno domande. Non interviene mai nessuno. Sono spesso cose noiose.»
E mentre io le rispondevo:
«Va bene, ma tanto andrò a braccio, cercherò di essere un po’ stimolante»,
lei mi appariva ancora più seriamente preoccupata che dicessi troppo, o che dicessi male. O entrambe le cose.
Comunque, tanto sapevo che non avrebbe partecipato. Era prevista la sua presenza, ma per altre facoltà.
Dunque, qualcosa avrei inventato.
La lezione
Mi trovo un’aula strapiena: cento, forse centocinquanta studenti.
Niente slide, niente effetti speciali. Avevo già deciso: un’ora a braccio.
Ma quando ho appena iniziato a parlare, vedo arrivare mia figlia.
Si fa posto con fatica insieme a una sua compagna di liceo, in alto a sinistra, nelle tipiche aule in salita universitarie.
Di un paio della sua stessa classe sapevo già che erano presenti.
E va beh’.
Comincio con i grandi studi di psicologia sociale di Solomon Asch, poi passo al geniale disegno di Stanley Milgram sul cedimento della psiche davanti all’autorità.
Racconto Daniel Kahneman e cito l’effetto priming.
Verso la fine, lo studio di David L. Rosenhan: dodici pseudo-pazienti sani ricoverati in ospedali psichiatrici e quasi tutti dimessi con diagnosi di schizofrenia o psicosi maniaco-depressiva.
Una lezione eterna sul potere dell’etichetta diagnostica.
Concludo con Simon Baron-Cohen e i suoi studi sulla teoria della mente e il sistema empatico.
Un pubblico che ascolta
Ricevo molte domande.
Posso spiegare come tutti gli studi citati abbiano un ruolo ovunque si applichi la psicologia: lavoro, scuola, progettazione sociale, psicologia clinica.
Volevo che fosse chiaro che noi siamo biologia e relazioni, che il comportamento umano emerge dal contesto, e che noi psicologi ci occupiamo di tutto questo.
E non è poco.
Il test più severo
Ma il vero test didattico lo supero poco dopo, fuori dall’aula.
Mia figlia mi telefona. Mi indica dove si trova con alcuni amici liceali.
«Sei andato molto bene», mi dice.
Lo vedo dallo sguardo e dal tono: è davvero contenta.
Come se la sua e la mia reputazione fossero state in gioco nella stessa aula.
«Hai forse fatto un po’ troppi esempi, ma un bel 8 e mezzo te lo sei meritato.»
Capisco che non fosse affatto scontato.
«Allora, mangi qui con i tuoi amici?»
«Sì, oggi vado anche a Economia.»
«Ok, ci vediamo a casa.»
Torno con la consapevolezza di aver probabilmente superato il test didattico più severo di tutti.
Il test della figlia.
Per adesso almeno. Speriamo bene in futuro.