Questo sforzo non nasce come un commento a caldo, né come una presa di posizione ideologica. Nasce dal dolore, dalla responsabilità e dall’esperienza diretta di chi lavora da anni nei servizi clinici ed in collaborazione con quelli di tutela minorile. Oltre che, ovviamente, con la magistratura. È una riflessione “dal dentro”, scritta senza la pretesa di fornire soluzioni semplici a problemi che semplici non sono. Non cerca colpevoli immediati né assoluzioni automatiche, ma prova a restituire la complessità, i limiti e il peso umano delle decisioni che ogni giorno riguardano la protezione dei bambini.
Ora, della tragedia immane di Muggia, Trieste, che vede volare in cielo un innocente di 9 anni ucciso dalla madre, e altre vite spezzate per sempre, mi toccherà ascoltare numerosi esperti in TV ed anche sui giornali, oppure politici, ma soprattutto giornalisti. Gente che tuttavia quasi mai, o molto raramente, lavora nella trincea dei servizi della tutela minorile. Persone che non vivono nella carne e nelle ossa quello che i servizi per la tutela devono provare a gestire. Per non dire di qualche avvocato che sa lui cosa bisognerebbe fare per tutelare al meglio il suo cliente, in genere un genitore, più raramente un minorenne.
Ecco, io invece in questa trincea, insieme al mio team di colleghi clinici, ed in collaborazione con i servizi sociali per la tutela, ci vivo dentro. Fino al collo. Quello che dirò non deriva solo da qualcosa che ho letto su dei libri, ma molto, moltissimo, dalla pratica reale con bambini e famiglie altamente problematiche. La nostra comunità, prima di dividersi come spesso fa tra Guelfi e Ghibellini, dovrebbe ragionare, sapere, valutare, pensare, anche sui limiti che ogni impresa, per quanto nobile ed alta, comporta. Ma, ancora di più, su quali siano o non siano le migliori condizioni per tutelare i nostri minorenni.
Proteggere e curare sia i figli che i genitori, un’impresa titanica.
Il problema che ci troviamo davanti in questi casi, più o meno simili, è all’osso questo: da un lato dobbiamo proteggere la salute fisica e mentale del minore, a tutti i costi, ma, dentro questa dimensione di salute fisica e mentale, è compreso anche il suo rapporto con i genitori.
Peraltro, anche quando padre e madre non sono in salute, o non hanno un lavoro normale, un genitore può essere adeguato per un figlio. Ci sono famiglie fatte di genitori, ma anche di nonni, che disperatamente, pur nel disagio psichico e sociale, lottano per gestire in modo decente i loro figli. Non si possono fare equazioni banali.
Poi ci sono genitori che forse non meriterebbero una diagnosi psichiatrica (o comunque non una diagnosi importante), ma tanto male generano nelle relazioni intime con i loro figli, spesso in modo del tutto inconsapevole. Anche in questo caso i servizi si trovano a combattere grandi e difficili battaglie.
Distillare quanta psicopatologia dell’adulto, quanta psicopatologia sociale (la povertà, l’ignoranza sono malattie?) e quanto tempo si abbia a disposizione per provare a curare, o per provare a proteggere e, alla fine, se serve, persino allontanare, è in assoluto uno dei compiti più dolorosi da compiere. Perché non abbiamo un cut-off come per il colesterolo o per il diabete.
Così i giudici, ed i servizi che spesso ne devono sostenere l’azione, dove devono tirare la riga? Con quale animo, con quanta assunzione di responsabilità devono farlo? E come si sentono percepiti, in questo complicatissimo lavoro, dalla loro stessa comunità?
In Italia, nella nostra penisola così tanto lunga e larga, come in molti altri Paesi, il confine tra proteggere il minore e rispettare i diritti e i legami familiari è sempre un terreno minato, ed è difficile trovare una ricetta decisiva.
Da un lato c’è l’idea che i bambini abbiano bisogno, quando possibile, di mantenere un rapporto con i propri genitori, anche se questi ultimi hanno delle difficoltà, nella speranza che il sostegno e il monitoraggio (più o meno intenso) possano aiutare la famiglia a ricostruire un equilibrio.
Purtroppo, come in questo caso drammatico, su cui si aprirà doverosamente un’approfondita indagine sulla catena di responsabilità ed eventi, anche con le migliori intenzioni e con anni di supervisione non si riesce ad azzerare il rischio. E questo apre una riflessione davvero profonda su quanto sia complesso trovare il giusto equilibrio. Ma dovremmo avere l’onestà ed il coraggio di dircelo.
Ossia la comunità tutta dovrebbe convenire su questo punto. Sul fatto, detto in modo pragmatico, che i figli non sono di proprietà dei genitori come, di proprietà, è la loro casa o auto. Ma sono in custodia alle loro famiglie.
La comunità tutta però deve vigilare su questa custodia perché il valore di una vita infantile supera ogni altro steccato familiare. Tuttavia, nel Paese del “familismo amorale”, non è certo un concetto facile da digerire.
Talvolta persino gli operatori dei servizi titubano, colludono con quella cultura per cui “gli assistenti sociali portano via i bambini”… e non vogliono o non vorrebbero sentirsi degli orchi. Tanto penoso è, alla fine, prendere delle decisioni.
Cosa ci dicono le linee guida psicologiche e forensi?
Nel piccolo fazzoletto occidentale, perché il resto del mondo continua ad essere una giungla ostile per dei bambini, si mette l’accento sul fatto che la valutazione del rischio deve essere continua, basata su strumenti validati e su una supervisione costante. Le linee guida anglosassoni spesso dicono che il principio del “best interest of the child”, quindi il miglior interesse del bambino, deve sempre essere la bussola. Che sono anche le nostre. Però sanno anche che c’è un margine di incertezza che non si può eliminare del tutto.
Naturalmente, nelle nostre linee guida di solito si indicano alcuni segnali chiave. Ad esempio, la presenza di episodi di violenza grave o ripetuta, la compromissione psichiatrica non controllata che mette a rischio il minore, oppure un’incapacità persistente del genitore di garantire i bisogni basilari di sicurezza e stabilità. Non ultimo, genitori che hanno grande difficoltà a mentalizzare la mente del bambino. Ossia ad avere a mente la sua mente. Quando questi indicatori sono chiaramente presenti e persistenti, le linee guida suggeriscono che la permanenza del bambino con quel genitore non sia nel suo migliore interesse. Per quanto ogni caso porti in sé molte unicità, questa in linea di massima sarebbe la “mappa” con cui ci dovremmo muovere su un “territorio” così devastato.
Ma pur volendolo fare, il contesto, gli strumenti, le dinamiche relazionali ed anche istituzionali per cui procedere non sono mai né semplici, né rapide. Ci vogliono psicologi clinici, assistenti sociali, psichiatri o neuropsichiatri infantili e non ultimo giudici molto motivati, molto disposti ad assumersi faticose responsabilità, anche forse di più di quanto l’istituzione di appartenenza richieda, per provare a fare bene o, almeno, a non fare troppo male. E questo, forse, è il cuore del problema.
Perché gestire il timone per un bilanciamento nel cercare di produrre un equilibrio tra il mantenere il legame familiare e garantire la sicurezza del bambino è difficilissimo. Perché, ancor più se una coppia è separata male, il mare in cui naviga quella “barca” è continuamente in burrasca, con onde molto, molto alte.
Ma che alternativa avremmo al contrario? Per esempio, cosa accadeva cento anni fa quando questi sistemi, per quanto imperfetti, non erano presenti?
Quando non c’erano questi (imperfetti) sistemi di protezione strutturati, spesso le situazioni familiari problematiche rimanevano del tutto private e invisibili. I bambini, privati dei loro più elementari diritti, potevano restare in situazioni rischiose e mortali senza che ci fosse nessun intervento esterno, oppure si ricorreva a soluzioni drastiche come l’allontanamento immediato senza troppe valutazioni intermedie. Nessun tentativo di bilanciamento. Solo bambini alla mercé di adulti più o meno poveri e più o meno disturbati o, come minimo, cresciuti loro stessi in contesti violenti e maltrattanti.
Ma a chi potremmo ispirarci per fare meglio?
Come sempre, nella letteratura, i più citati sono i Paesi scandinavi come la Svezia, la Norvegia e la Finlandia, spesso ai vertici delle classifiche. E poi anche i Paesi Bassi, il Canada o l’Australia sono spesso citati. Sarà un caso?
Le ragioni per cui questi Paesi vengono considerati così efficaci sono molteplici: hanno sistemi di welfare molto robusti, ossia forte spesa sociale; investono tantissimo nella formazione degli operatori; hanno politiche familiari e sociali molto inclusive (che un’afroeuropea giovane vicepresidente della Regione Toscana sono spiccioli) e un approccio che punta davvero alla prevenzione attiva. In sostanza, c’è un tessuto sociale e un quadro normativo che riescono a garantire un alto livello di protezione.
Si vadano a leggere i rapporti come quelli di UNICEF o SAVE THE CHILDREN , che valutano il benessere dei bambini in diversi Paesi. Ci sono indicatori come i tassi di povertà infantile, l’accesso all’istruzione e ai servizi sanitari, il livello di supporto alle famiglie, e anche indicatori di benessere psicologico e di sicurezza. È tutto abbastanza trasparente.
Parliamo quindi del mix: molto welfare state e ottima, continuamente aggiornata e supervisionata formazione e dotazione di operatori qualificati, come scelta ineludibile. Non ci sono magie, e nemmeno scorciatoie.
Bisogna decidere di dedicare parte della nostra ricchezza, parte del nostro benessere, a questo tipo di attività. Come fosse un investimento per tutti. Come se i figli che contano non fossero solo i nostri. Altrimenti i servizi faranno quello che possono, ma, per qualità e quantità, quello che possono potrebbe non essere abbastanza.
Per cercar di rimanere onesti.
Questo contributo non pretende di chiudere il discorso, né di offrire risposte definitive. Vuole piuttosto aprire uno spazio di pensiero, meno urlato e più responsabile, su ciò che significa davvero proteggere un bambino. Non scrivo per chi cerca soluzioni facili o colpevoli immediati, ma per chi è disposto a tollerare la complessità e il peso delle decisioni difficili. Se vogliamo che tragedie come questa non restino solo occasione di indignazione, ma diventino anche occasione di maturazione collettiva, allora dobbiamo avere il coraggio di guardarci dentro come comunità, non solo di puntare il dito. Anche se, mi rendo conto, limitarsi ad indignarsi è molto più pratico.