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Cerchiamo di rimanere onesti quando parliamo di Intelligenza Artificiale ed umanità
L’IA può colonizzare il linguaggio, ma non può abitare l’umano
Mano e piedi pexels-valeriya-14578908

«An Honest Conversation on AI and Humanity» con Yuval Noah Harari e Irene Tracey, tenuto al World Economic Forum 2026 a Davos, è disponibile su YouTube. Considero Harari uno degli intellettuali più brillanti del nostro tempo. Il suo ultimo saggio Nexus vale la fatica delle 612 pagine che lo compongono.

Detto questo, se da un lato Harari coglie molti aspetti di verità, su altri appare più opaco. Almeno se lo si guarda con le lenti della psicologia clinica.

Quando insiste sul fatto che l’IA stia conquistando il mondo delle parole, secondo me coglie un punto decisivo. Non perché le parole siano “tutto”, ma perché sono il mezzo attraverso cui si organizzano gran parte delle asimmetrie di potere moderne: diritto, burocrazia, educazione, medicina, finanza, persino la psicoterapia.

Su questo concordo: se un sistema non umano diventa il principale produttore di testi normativi, esplicativi, motivazionali e persuasivi, non stiamo parlando solo di tecnologia, ma di egemonia simbolica.

In questo senso l’idea del “grande esperimento psicologico” non è retorica. È una constatazione: stiamo modificando l’ambiente linguistico in cui si forma il Sé.

Più fragile, invece, è l’equazione totale “pensiero = linguaggio”. Nella nostra esperienza mentale entra anche l’affettività. Gran parte della forza argomentativa di Harari poggia su una premessa implicita: nelle società moderne pensare equivale sempre più a manipolare parole.

Ma il pensiero umano non è solo:

concatenazione simbolica
coerenza sintattica
produzione di argomentazioni

È anche, e soprattutto:

regolazione affettiva
tolleranza dell’ambiguità
conflitto intrapsichico
esperienza del limite
esposizione al non-sapere

L’IA può descrivere questi processi, ma non abitarli.
E questa differenza non è filosofica: è clinica.

Quando Harari suggerisce che, se pensare è mettere parole in fila, allora l’IA pensa, accetta una definizione ridotta di pensiero. Paradossalmente, è proprio la definizione che la modernità tecnico-burocratica ha favorito.

Sul “grande esperimento psicologico” legato all’arrivo dell’IA, però, Harari dice il vero. L’esposizione precoce a interlocutori artificiali è un evento senza precedenti. Mia figlia me l’ha già detto nemmeno troppo scherzando: “Guarda babbo che ti toglierà il lavoro”.

Il rischio con l’arrivo pervasivo e precoce dell’IA, però, è trattare i bambini come semplici recettori di linguaggio. Mentre dal punto di vista psicologico, il problema non è solo chi parla, ma che tipo di relazione si struttura.

Un bambino non cresce interiorizzando frasi ben formate. Cresce interiorizzando:

ritmi
sintonizzazioni affettive
frustrazioni condivise
errori dell’altro
incoerenze riparate

Un agente artificiale può essere linguisticamente perfetto e relazionalmente sterile. Questo è un limite dell’IA più che una sua minaccia. Il vero rischio non è che l’IA sostituisca l’umano, ma che gli adulti scelgano di farsi sostituire: perché l’IA è più comoda, più paziente, meno conflittuale.

Qui Harari sfiora il punto, ma non lo attraversa fino in fondo.

Se dovessi integrarlo, direi questo: il futuro non si gioca su chi pensa meglio, ma su chi resta disposto a pensare male: lentamente, in modo incoerente, con conflitto interno, assumendosi il peso della decisione.

L’IA eccelle nella produzione di risposte.
L’essere umano resta centrale nella sopportazione delle domande.

Se perdiamo questo, non perché l’IA ce lo ruba, ma perché lo deleghiamo, allora sì: l’esperimento psicologico fallisce.

L’IA può colonizzare il linguaggio, ma non può abitare l’umano.
Il problema è se l’umano smette di abitarlo lui stesso.

Per uno psicologo clinico e uno psicoterapeuta, il linguaggio non è solo comunicazione. È anche il luogo in cui l’esperienza diventa pensabile, il mezzo attraverso cui l’affetto viene contenuto, lo spazio in cui il caos interno si trasforma in qualcosa di tollerabile.

In questo senso Harari coglie un punto reale: chi fornisce le parole fornisce anche le forme del pensiero. Se le parole diventano sempre più eteroprodotte, cambia il modo in cui il soggetto costruisce la propria interiorità.

Fin qui la diagnosi regge.

La critica clinica più solida, però, è questa: il discorso pubblico – e in parte anche Harari – tende a confondere il linguaggio con l’Altro.

Clinicamente, il linguaggio che struttura il Sé non è “ben formato”. È incarnato, fallibile, emotivamente segnato, intersoggettivo.

Un bambino non interiorizza frasi.
Interiorizza una relazione che parla.

Qui sta il limite dell’“esperimento psicologico” così come viene spesso descritto: l’IA può produrre risposte, ma non può offrire rispecchiamento affettivo autentico, perché non è coinvolta, non è vulnerabile, non è modificata dall’incontro. Il Sé nasce dal sentirsi tenuto nella mente di un altro. Un agente artificiale può simulare attenzione, ma non può essere realmente perturbato dall’altro. Senza questa perturbazione reciproca, non c’è vera intersoggettività: né tra genitori e figli, né tra amici, né tra partner.

Così, almeno per ora, educatori, psicologi clinici e psicoterapeuti hanno ancora uno spazio nel mondo. Per adesso.

Di questo tema parlerò presto anche con mia figlia, che muove i primi passi nel seduttivo mondo dell’IA. Anche da me incoraggiata, visto che io stesso la uso come supporto al pensiero, come in questa riflessione.

Supporto non è sostituzione.

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