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Le macchinette del caffè e l’Intelligenza Artificiale
Perché le relazioni informali restano insostituibili nei processi di cura e di conoscenza
Mano su macchina del caffè ospedaliera

È sempre sorprendente scoprire quanta umanità, quanto pensiero attento e sorvegliato, siano presenti nella storia delle grandi scoperte scientifiche. Anche quando parliamo di scienze cosiddette “dure”, come la fisica. Colpisce quanto ci sia da meditare sul fatto che i grandi processi di conoscenza e di scoperta accadano perché esistono – o si costruiscono – prima di tutto contesti relazionali particolari.

Ho appena finito di leggere un libro molto bello e fecondo: Le simmetrie nascoste (perché la fisica è alle radici dell’intelligenza artificiale di oggi e di domani), Rizzoli 2026, del nostro premio Nobel Giorgio Parisi. È la storia affascinante di una scoperta e mi ha ricordato, per certi aspetti, l’effetto che mi fece leggere il saggio del neuroscienziato Giacomo Rizzolatti, So quel che fai, Raffaello Cortina editore, in cui racconta la sua epica scoperta dei neuroni specchio. Un medico e uno scienziato di cultura rinascimentale, a cui anni fa ebbi anche l’onore di stringere la mano.

Il testo di Parisi è scritto con un grande sforzo divulgativo, al punto che anche le mie moderate conoscenze statistiche sono state sufficienti per coglierne l’essenza, se non forse ogni dettaglio. Non è però del merito scientifico del libro che voglio parlare qui. Mi riservo di farlo in un altro momento. Voglio invece richiamare il dato relazionale che emerge, oserei dire trasuda, in tutto il suo lavoro e collegarlo alla mia esperienza professionale.

“Nella ricerca scientifica, il confronto con gli altri è di estrema importanza (…) I rapporti informali con gli altri – le discussioni durante un pranzo o alla macchinetta del caffè o mentre si mangia una pizza al taglio nei giardini della Chiesa di San Tommaso Moro, adiacente all’università – sono, a mio parere, insostituibili e non possono essere rimpiazzati dagli incontri telematici. L’interazione informale è uno strumento estremamente utile per la genesi delle nuove idee, proprio perché gli incontri si svolgono in momenti privi della tipica tensione di una riunione formale, dove il tempo è limitato e ci si prepara in anticipo.”

Così scrive Parisi a pagina 257. È una delle riflessioni più preziose di un testo che ne propone molte altre sulla fisica, sulla biologia e anche sulla psicologia. Per riprendere Rizzolatti, leggendo queste righe hanno risuonato i miei neuroni specchio. Ho sentito nella carne, prima ancora che nella mente, quanto ci fosse di vero.

Nell’unità clinica che dirigo, dove ci occupiamo di salute mentale dell’infanzia e dell’adolescenza ma anche di gravi problemi del neurosviluppo, ho vissuto per oltre dieci anni in un clima che progressivamente si è trasformato. Non era totalmente così quando fui chiamato a quella direzione, ma lo è diventato sempre più nei mesi e negli anni della mia permanenza.

Noi non dobbiamo fare grandi scoperte. Dobbiamo affrontare la fatica di ricercare diagnosi attente per costruire progetti terapeutico-riabilitativi complessi, nei quali molti professionisti sanitari e del sociale provano a intervenire in modo coordinato – e questo non è mai scontato. È quasi sempre uno sforzo corale, soprattutto nei casi più gravi o “graverrimi”, come in alcune situazioni particolarmente sofferenti.

Ma cosa ci ha permesso di reggere con risorse limitate di fronte a una domanda sempre più crescente per quantità e gravità? Cosa ci ha reso un team che funziona, a volte anche in modo eccellente, ma in ogni caso in modo più che accettabile ogni giorno? I nostri convegni? Gli aggiornamenti o le supervisioni? Certamente hanno contribuito. Ma c’è un “di più”, una differenza fondamentale che fa la qualità. A parità di personale e di pressione clinica, questo “di più” rende un servizio più capace, più efficiente, in definitiva più utile.

Questo “di più” ha un nome semplice: informalità.

Gli spazi di un servizio come “centrali emozionali”

Ci sono due spazi che abitiamo nel nostro servizio in modo costante – in realtà sono tre, ma io faccio un po’ finta di non saperlo.

Il primo è quello delle macchinette del caffè, appena fuori dal nostro servizio, tra noi e l’ostetricia e la pediatria. Davanti a quelle macchinette i colleghi si ritrovano quasi ogni giorno per alcuni minuti, per una pausa. Eppure lì ho sentito affrontare temi clinici, questioni di lavoro e altro ancora in modo appassionato. Ho assistito e partecipato a scambi di opinione fecondi, talvolta più ricchi di alcune riunioni programmate.

Parisi ha ragione. Avere barriere interprofessionali basse, trovarsi in un contesto informale, libera pensieri ed emozioni da pressioni indebite. Ci rende più disponibili e fiduciosi verso l’altro. Si possono dire anche cose non del tutto corrette o pertinenti, ma questo non è un problema. Anzi, può essere l’anticamera di idee nuove che altrimenti non sarebbero nate.

Il secondo spazio è interno al servizio, vicino al mio studio. Una stanza ariosa, con una parete curva e interamente finestrata, dove si trovano l’archivio cartelle, la stampante unica e un tavolo tondo centrale. Per ovvi motivi è una stanza molto frequentata. Un piccolo via vai, dove almeno uno sguardo ce lo scambiamo.

È anche, in qualche modo, la nostra “centrale emozionale”. Un po’ come le cucinette di certi reparti ospedalieri. In quell’archivio, ogni volta che c’è da festeggiare qualcosa – un evento positivo che riguarda il lavoro o la vita privata – si porta qualcosa da mangiare e lo si condivide. In dieci anni ho perso il conto dei momenti di riunione informale vissuti lì.

In quei momenti si parla sempre anche di noi. Di chi siamo gli uni per gli altri, di quanto possiamo fidarci, sostenerci, stimarci. Accade tacitamente, non in modo esplicito. Ma accade. E questo fa una grande differenza quando torniamo al lavoro. Incide sulla nostra capacità di generare idee nuove quando ne abbiamo bisogno o di chiedere aiuto al pensiero dell’altro. Oltre, naturalmente, a quello del direttore, che è dovuto ma non può essere l’unico né esaustivo. Senza contare che il direttore stesso ha spesso bisogno del pensiero dei suoi collaboratori, in un continuo scambio di cognizioni ed emozioni.

Il terzo spazio, al quale io non partecipo e che osservo con un filo di giudizio critico, è quello di alcune colleghe che escono dal perimetro della struttura per fumare insieme una sigaretta. Le “tabagiste”, come le chiamo io. Le vedo dal vetro quando passo davanti. Ci sono in tutte le stagioni, anche con il freddo, tutte coperte. Immagino quanto sia necessario anche quello spazio. E nel tollerarlo penso che, mentre parlano dei loro figli o dei loro mariti, fanno team. Fanno supporto reciproco. E questo è molto.

Nell’epoca in cui lavoriamo e utilizziamo piattaforme a loro modo “relazionali” come l’Intelligenza Artificiale – piattaforme senza attrito umano, dove l’interlocutore è sempre disponibile, sempre presente e spesso compiacente, senza perturbazioni o dissonanze – rimane un aspetto che, almeno per ora, l’IA non può sostituire nelle nostre imprese cognitive e sociali più grandi: le relazioni informali. Le loro caratteristiche. Le loro proprietà emergenti. Ciò che tacitamente favoriscono dentro le nostre menti e nei nostri cuori.

Il saggio di Parisi parla di molte scoperte interessanti e di come possano essere generalizzate in altri ambiti e discipline. Vale la pena leggerlo non solo per l’originalità dei contenuti, ma anche per il modo in cui racconta l’avventura di una scoperta e il valore umano, inestimabile, della sua capacità di generare relazioni informali: non programmate, non costruite per un compito, ma nate dal semplice piacere degli esseri umani di stare insieme ad altri esseri umani.

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