La recente vicenda del poliziotto che prima adduce una legittima difesa, poi confessa che l’omicidio è opera sua e che ha anche tramato per costruirsi un alibi, ha inevitabilmente scatenato reazioni immediate e intense: psicologiche, sociologiche, politiche. È comprensibile. Quando un fatto tocca corde profonde — sicurezza, autorità, appartenenza, paura — l’emotività collettiva si accende con una velocità che spesso precede il pensiero.
Eppure, proprio qui, credo si apra un tema più generale e, a suo modo, più inquietante: la tendenza diffusa a rovesciare, nella mente e nel discorso pubblico, uno dei cardini del nostro ordinamento, la presunzione di innocenza, trasformandola in una presunzione di colpevolezza. Non è un fenomeno che appartenga “a una parte” soltanto. È, piuttosto, una modalità di funzionamento trasversale: cambia l’oggetto del sospetto, non il meccanismo.
In altri termini: non è solo una questione di che cosa sia accaduto in questo caso, ma di come noi, come comunità, tendiamo a decidere prima di sapere.
Nel nostro Paese sarebbe miope — e anche ipocrita — negare che molti abbiano una brutta, per non dire pessima, idea dei nordafricani associati a droga e spaccio. Naturalmente esistono dinamiche criminali che attraversano molte etnie, nostra compresa, ma nell’immaginario collettivo occidentale “l’uomo nero” resta spesso un fattore di allarme aggiuntivo: perché più facilmente collegato a povertà, marginalità, disperazione, biografie criminogene. A parità di ruolo, un “pusher svedese” spaventerebbe di meno. Così, quando un episodio è ambiguo e ancora da chiarire, scatta in automatico un primo pensiero: sarà colpevole “in qualche modo”. Del resto — si pensa — delinque abitualmente, e chi delinque è colpevole, tout court.
Ma esiste un secondo pregiudizio speculare, che produce la stessa presunzione di colpevolezza, solo capovolta. È quello che si attiva quando si parla di poliziotti. In questo caso l’immagine che talvolta viene evocata è quella di persone che, sotto sotto, avrebbero scelto quel mestiere per il piacere di “menar le mani”, dentro una logica parafascista, diretta soprattutto contro i meno “italiani”, i più marginali, quelli più lontani dall’idea di “legge e ordine”, e per proprietà transitiva contro chiunque manifesti, magari in piazza, per quei mondi sociali.
A una lettura semplificata si direbbe: nel primo caso è la destra; nel secondo è la sinistra. Ma credo che la realtà psicologica sia meno lineare e, proprio per questo, più degna di osservazione. Probabilmente esiste una larga zona di sovrapposizione: persone che, a seconda del contesto e della storia personale, possono attivare entrambe le scorciatoie interpretative, salvo poi “sceglierne” una come più compatibile con la propria appartenenza politica e culturale.
Qui entra in gioco un meccanismo fondamentale della psicologia: la dissonanza cognitiva. Quando un fatto minaccia la coerenza della nostra visione del mondo, sperimentiamo un disagio interno. E per ridurlo, spesso non cerchiamo più informazioni: cerchiamo un’interpretazione che ci faccia stare meglio. È un movimento psichico estremamente umano: non nasce dalla malafede, nasce dal bisogno di tenere insieme identità, appartenenze, senso di giustizia, bisogno di controllo. Drew Westen, anni fa, ha portato anche evidenze sperimentali su quanto la mente, in condizioni di conflitto ideologico, tenda a “ragionare” in modo motivato: non per scoprire, ma per difendere il proprio punto di vista.
Questa dinamica, che nella stanza di terapia si vede in forme più intime e personali, nel discorso pubblico diventa macroscopica. Si osserva nella rapidità con cui si emettono sentenze emotive, nell’assenza di sospensione del giudizio, nella difficoltà a dire una frase semplice e, al tempo stesso, decisiva: “Non lo so ancora”. È una frase faticosa, perché apre uno spazio di incertezza. E l’incertezza, soprattutto quando circolano paura e rabbia, è poco tollerata.
In questo caso, ciò che colpisce è stata l’imbarazzante trafila di dichiarazioni e prese di posizione — con il morto ancora caldo a terra — costruite per fini immediati, meramente elettorali, nel tentativo di incassare subito un dividendo in una delle “tribù” sociali disponibili: quelle che presumono colpevole il migrante e quelle che presumono colpevole l’agente. Se non fosse tragico, sarebbe ridicolo. Ma il tragico sta proprio nell’efficacia: queste reazioni funzionano perché intercettano un modo di pensare diffuso, pulsionale, rapido, scarsamente mediato.
Qui si innesta un tema di sistema: la trasformazione dell’ecosistema comunicativo e politico. Negli anni Settanta e Ottanta — con tutti i limiti dell’epoca — esistevano ancora filtri, intermediazioni, responsabilità interne: difficilmente un dirigente politico di provincia avrebbe permesso che chiunque parlasse senza un vaglio. Oggi questi filtri sono molto più deboli. E non è un dettaglio tecnico: significa che la politica, invece di contenere l’emotività collettiva, spesso la cavalca; invece di rallentare, accelera; invece di far respirare, asfissia.
Rimangono poi questioni più profonde, che qui posso solo evocare: che tipo di educazione e di esperienza socio-emotiva ha fatto quella persona, da bambino fino a oggi? Quali apprendimenti, quali modelli, quali traumi, quali contesti? E quanto è diversa, se è diversa, dalla storia di chi va in piazza armato di tutto punto per “rompere la testa” ai poliziotti? Domande scomode, perché ci obbligano a pensare in modo non tribale. Ma sono domande essenziali se vogliamo davvero capire, e non solo reagire.
Proprio per questo, questa vicenda mi ha richiamato Karl Popper e il suo grande lavoro su La società aperta e i suoi nemici, scritto mentre si trovava in Nuova Zelanda, in fuga dai totalitarismi della Seconda guerra mondiale. Popper insiste su un’idea di società “aperta” come società in cui le istituzioni sono riformabili senza violenza, il potere è criticabile, il pluralismo è riconosciuto, e soprattutto non esiste un’autorità che possieda la verità definitiva.
Quel “soprattutto” è il punto decisivo. Perché se davvero nessuno possiede la verità definitiva, allora la postura mentale necessaria è una postura laica: non ideologica, non preconcetta, capace di dubitare e di verificare. Una cultura diffusa di questo tipo, sostenuta nelle famiglie, nelle scuole, nei contesti formativi e sociali, avrebbe un effetto di fondo: indebolirebbe la spinta a trasformare l’emozione in giudizio, e il giudizio in condanna.
Al contrario, i nemici della società aperta — nelle parole di Popper — tendono a costruire società “chiuse”: tribali, organiche, fondate su miti collettivi, su destini storici, su verità assolute. In queste società l’individuo è subordinato al tutto. È il terreno ideale per i totalitarismi, ma anche, in forme più sottili e quotidiane, per la politica come arruolamento emotivo.
Per questo la reazione politica immediata e smodata che si è osservata in questa vicenda — e che si osserva, a parti invertite, anche nella difesa di soggetti “indifendibili” ben prima di conoscere i fatti — è un dato allarmante. Non perché “non si debba avere opinioni”, ma perché si rinuncia alla mediazione: si abdica alla prudenza, si sacrifica la complessità, si confonde l’urgenza emotiva con la verità.
La presunzione di innocenza, in fondo, non è solo un principio giuridico. È anche una disciplina interiore. È l’allenamento a dire: prima capisco, poi giudico. E in un’epoca in cui i social ci spingono esattamente nel senso opposto — prima reagisco, poi eventualmente penso — diventa un esercizio civile oltre che personale.
Forse, allora, il concetto di “presunzione di colpevolezza” merita di essere portato al centro del discorso pubblico non come slogan, ma come domanda: che cosa ci accade dentro quando un fatto tocca le nostre appartenenze? Quanto siamo disposti a tollerare l’incertezza? Quanto sappiamo sospendere il giudizio senza sentirci “inermi”?
Se non impariamo a rallentare, a verificare, a sostenere una posizione di dubbio ragionevole, rischiamo di conservare la democrazia come forma e di perderla come mentalità. E una società senza mentalità democratica scivola facilmente verso versioni sempre più impulsive, più tribali, più autocratiche di sé stessa.
In questo senso, forse, Popper dovrebbe essere davvero una lettura obbligatoria. Non per “avere ragione”, ma per imparare a non consegnare la realtà alla nostra fretta di giudicarla.