Tempo per la lettura: 7 minuti
Ma cosa accade veramente negli studi di consultazione psicologica?
Riflessioni sulla costruzione di un comportamento psicoterapeutico
Stanza di terapia in bianco e nero OK

Una scena familiare

Capita spesso, nelle situazioni sociali più comuni, che qualcuno chieda ad uno psicologo clinico e psicoterapeuta: «Ma in fondo, cosa succede davvero in una seduta?».

La domanda è semplice solo in apparenza. Chi la pone immagina spesso due possibili risposte. La prima è quella suggerita da molti film: il terapeuta ascolta il paziente, scopre la causa nascosta di un trauma e, una volta portata alla luce, il problema si scioglie quasi per incanto. La seconda è più quotidiana: lo psicoterapeuta sarebbe una sorta di consigliere esperto, una persona capace di orientare le scelte e indicare la strada giusta nei momenti difficili.

Il cinema ha contribuito non poco ad immagini di questo tipo, si pensi nel primo caso a grandi classici come “Marnie” di Alfred Hitchcock dove un giovane e brillante Sean Connery si improvvisa (è proprio il caso di dirlo) psicoanalista di una, altrettanto giovane ed intrigante Tippi Hedren, cleptomane. In questo caso il messaggio sulla psicoterapia risulta essere che, una volta trovate le cause remote di un trauma, come per incanto, la nevrosi si risolve.

Nel secondo caso abbiamo Robin Williams, democratico e generoso psicoterapeuta di un ragazzo difficile, il “Genio ribelle” Matt Damon. In questo caso invece la psicoterapia viene rappresentata come un atteggiamento molto genitoriale, ricco di consigli ed anche di sconfinamenti nella vita reale del paziente.

Entrambe queste rappresentazioni colgono qualche pillola di verità, ma nessuna riesce a restituire davvero ciò che accade nel lavoro psicoterapeutico. Non ne colgono gli aspetti centrali.

La psicoterapia non è una pratica magica e non è neppure una forma raffinata di pedagogia morale. È piuttosto un processo di comprensione che si costruisce nel tempo, dentro una relazione professionale, e che riguarda il modo in cui gli esseri umani danno significato alla propria esperienza.

Per capire meglio cosa significhi costruire un comportamento psicoterapeutico ed una clinica psicologica attenta può essere utile fare un passo indietro, e osservare da vicino alcune idee diffuse sulla psicologia e sulla mente.

La psicoterapia come pratica laica

Un primo elemento importante riguarda il carattere profondamente laico della psicoterapia.

Chi decide di diventare psicoterapeuta attraversa un lungo percorso di formazione. Studia la psicologia, la psicopatologia, lo sviluppo della mente e delle relazioni. Ma, allo stesso tempo, è chiamato a confrontarsi continuamente con la propria esperienza personale.

Questo percorso ha un effetto paradossale. Più si approfondisce la conoscenza della mente umana, più diventa evidente quanto essa sia complessa e difficile da ridurre a spiegazioni semplici.

La formazione alla psicologia professionale ed alla psicoterapeutica non rende onnipotenti. Al contrario, educa alla prudenza e alla curiosità. Insegna che comprendere l’esperienza di un’altra persona richiede tempo, ascolto e una continua disponibilità a rivedere le proprie ipotesi.

Per questo motivo la psicoterapia non può essere considerata una missione o una vocazione nel senso religioso del termine. È una pratica professionale che richiede conoscenze, esperienza e una particolare attenzione alla relazione con l’altro.

La psicologia che le persone portano con sé

Quando una persona entra nello studio di uno psicoterapeuta non porta soltanto dei sintomi o delle difficoltà. Porta anche un modo di spiegare a se stessa ciò che sta accadendo.

Lo psicologo Jerome Bruner ha chiamato questo insieme di idee “psicologia popolare”. Con questa espressione indicava il modo con cui ogni cultura e ogni individuo interpretano il comportamento umano.

Tutti noi possediamo una sorta di teoria spontanea della mente. Cerchiamo di capire perché le persone agiscono in un certo modo, attribuiamo intenzioni, immaginiamo motivazioni, costruiamo storie per spiegare ciò che accade.

Questa psicologia quotidiana è estremamente utile. Permette di orientarsi nella vita sociale e di dare un senso agli eventi.

Tuttavia può accadere che, in alcune fasi dell’esistenza, queste spiegazioni non funzionino più. Le persone possono sentirsi intrappolate in interpretazioni che non riescono più ad aiutarle.

È spesso in questi momenti che nasce la domanda di aiuto psicologico professionale.

Prima vignetta clinica

Una giovane donna chiede una consultazione perché vive una forte ansia ogni volta che deve prendere decisioni importanti. Cambiare lavoro, scegliere un percorso di formazione, iniziare una relazione sentimentale: ogni scelta diventa per lei motivo di grande inquietudine.

Durante i primi colloqui racconta di aver sempre pensato di essere una persona fragile e poco capace. Dice di avere spesso bisogno che qualcuno la rassicuri o le dica cosa fare.

Con il passare delle sedute emerge però una storia familiare in cui molte decisioni venivano prese dai genitori. Fin dall’adolescenza le sue scelte erano state fortemente guidate e talvolta limitate.

La convinzione di essere incapace non nasce quindi soltanto da una caratteristica personale. È il risultato di una lunga serie di esperienze relazionali che hanno contribuito a costruire quella immagine di sé.

Il lavoro terapeutico non consiste nel dirle quale decisione prendere. Consiste piuttosto nell’aiutarla a osservare come si è formata quella rappresentazione di sé e nel creare le condizioni perché possa sperimentare gradualmente modi diversi di rapportarsi alle proprie scelte.

Individuo e relazioni

Per molto tempo la psicologia ha oscillato tra due modi diversi di comprendere il comportamento umano.

Il primo mette al centro l’individuo: i suoi pensieri, i suoi conflitti interiori, le sue emozioni. Questa prospettiva ha dato origine a molte tradizioni psicoterapeutiche che lavorano soprattutto sul mondo interno della persona.

Il secondo modo di osservare il comportamento umano pone invece l’attenzione sulle relazioni. In questa prospettiva diventano centrali la famiglia, i contesti sociali e le interazioni tra le persone.

Per diversi decenni queste due prospettive sono state considerate quasi alternative.

Oggi sappiamo che la realtà è più complessa. La mente umana si sviluppa sempre dentro relazioni significative.

L’antropologo Gregory Bateson ha descritto la mente come una “struttura che connette”. Con questa espressione voleva indicare che i processi mentali nascono dall’intreccio continuo tra individuo e ambiente.

Fin dai primi momenti della vita impariamo a distinguere, collegare, interpretare le esperienze. Questo processo avviene attraverso il corpo, attraverso gli organi di senso e soprattutto attraverso le relazioni con gli altri. La prima e più bella di queste relazioni che generano concretamente quella che chiamiamo mente, è la danza reciproca di contatti, di sguardi e di occhi grati e luccicanti che si osserva tra una madre, mentre si occupa del gioco, o del bagnetto di un bambino di un anno, suo figlio.

Di conseguenza anche i problemi psicologici non possono essere compresi guardando soltanto dentro la persona o soltanto al contesto in cui vive. Essi emergono dalla relazione dinamica tra questi due livelli.

Due modi di osservare il lavoro psicoterapeutico

Nel corso del tempo si sono sviluppati molti modelli psicoterapeutici diversi. Nonostante questa varietà è possibile riconoscere due grandi prospettive.

La prima potremmo chiamarla prospettiva individuale. In questo caso il terapeuta lavora soprattutto con il mondo interno del paziente: ricordi, emozioni, rappresentazioni delle relazioni significative.

Attraverso la relazione terapeutica il paziente può rivivere alcune esperienze emotive e osservarle da una prospettiva nuova. Questo processo permette talvolta di riconoscere significati prima poco consapevoli e di riorganizzare, anche emotivamente, il proprio modo di interpretare le relazioni.

La seconda prospettiva è quella sistemica o ecologica. Qui l’attenzione si concentra maggiormente sulle relazioni attuali del paziente. Il terapeuta può incontrare, quando necessario, altre persone significative: partner, genitori, figli. Lavorare per tradurre, sciogliere, favorire la comunicazione tra tutti i familiari.

L’obiettivo non è individuare un colpevole o stabilire chi abbia ragione. Piuttosto si cerca di osservare come le persone interagiscono tra loro e come alcune modalità relazionali possano contribuire al mantenimento della sofferenza.

Entrambe queste prospettive offrono informazioni preziose. Ciascuna illumina aspetti che l’altra potrebbe lasciare in ombra.

Seconda vignetta clinica

Un adolescente viene portato in consultazione perché negli ultimi mesi ha iniziato ad avere frequenti scoppi di rabbia a scuola. Gli insegnanti parlano di comportamenti oppositivi e difficoltà a rispettare le regole.

Se osservassimo soltanto il ragazzo potremmo concentrarci sul suo temperamento o su possibili difficoltà emotive personali.

Quando però il terapeuta incontra anche i genitori emerge una situazione familiare molto tesa. I due adulti stanno attraversando un periodo di forte conflittualità e le discussioni sono frequenti.

In questo contesto il comportamento del ragazzo assume un significato diverso. Le sue crisi di rabbia appaiono anche come una risposta a un clima relazionale difficile. Figlie di un apprendimento a gestire la frustrazione, per come vede farlo ai genitori. Con ira, eccessi, violenza.

Il lavoro terapeutico può allora orientarsi non solo sull’adolescente, ma anche sulle modalità con cui i membri della famiglia comunicano e affrontano i conflitti.

Naturalmente anche altri contesti, come la scuola per esempio, possono favorire modalità disfunzionali che co-costruiscono il problema. Anche quel contesto può essere oggetto indiretto di intervento psicologico professionale.

La relazione terapeutica (non è conversazione)

Nonostante le differenze tra i vari orientamenti, molte ricerche hanno mostrato che esistono non pochi elementi comuni alle psicoterapie efficaci.

Uno dei più importanti è la relazione terapeutica.

Quando una persona si sente ascoltata, rispettata e presa sul serio diventa più facile esplorare anche aspetti difficili della propria esperienza.

La psicoterapia può essere pensata come una sorta di laboratorio relazionale che il terapeuta appronta, con regole specifiche. In questo spazio le persone osservano il proprio modo di pensare, di sentire e di stare nelle relazioni.

Per il terapeuta questo processo richiede una particolare attenzione ai propri stati mentali. Le emozioni che emergono nella relazione con il paziente possono diventare strumenti di comprensione, purché vengano riconosciute e pensate. Quando questo non accade, diventano invece lacci e lacciuoli, che imbrigliano la potenzialità curativa.

Verso una psicoterapia senza aggettivi

Nel corso del Novecento le diverse scuole psicoterapeutiche hanno spesso sottolineato le differenze tra i propri modelli teorici.

Negli ultimi anni si è sviluppata però una crescente curiosità reciproca tra gli orientamenti. Molti clinici hanno iniziato a riconoscere che ogni approccio illumina una parte del funzionamento umano.

Il lavoro psicoterapeutico richiede spesso la capacità di tenere insieme più livelli di osservazione: il mondo interno della persona, le relazioni in cui vive, il momento della vita che sta attraversando.

Per questa ragione alcuni autori parlano oggi di “psicoterapia senza aggettivi”.

Non significa eliminare le differenze tra le teorie. Significa piuttosto riconoscere che l’obiettivo comune è comprendere e favorire il cambiamento nelle esperienze delle persone.

In questa prospettiva diventa importante scegliere, di volta in volta, il tipo di intervento più adatto alla situazione: lavorare con un individuo, con una coppia, con una famiglia oppure integrare diverse modalità di osservazione.

Il lavoro sul significato

Alla fine il compito dello psicoterapeuta non è quello di fornire risposte definitive né di indicare alle persone come dovrebbero vivere.

Il suo lavoro consiste nel mettere i propri processi mentali al servizio di chi chiede aiuto.

Attraverso l’ascolto, le domande e la costruzione di un contesto di riflessione condivisa, il terapeuta cerca di favorire nuove possibilità di comprensione. In casi particolari e molto ben strutturati, anche attraverso precise prescrizioni.

In questo spazio le persone possono riorganizzare il proprio modo di vedere se stesse, gli altri e le relazioni in cui sono immerse.

Spesso il cambiamento psicologico non avviene perché qualcuno fornisce una spiegazione definitiva. Avviene perché cambia il significato attribuito alle esperienze.

Quando una persona riesce a guardare la propria storia da una prospettiva diversa, si aprono nuove possibilità di azione.

In questo senso la psicoterapia può essere pensata come un lavoro sul significato: un processo attraverso cui le esperienze della vita — anche quelle più dolorose o confuse — possono essere tollerate, comprese in modo più ampio e più articolato.

Ed è proprio in questo passaggio, quando il significato cambia, che spesso diventa possibile anche il cambiamento della vita e, non di rado, la fine oppure la mitigazione di sintomi clinicamente rilevanti.

Potrebbe interessarti

25 Febbraio 2026

Presunzione di colpevolezza

La recente vicenda del poliziotto che prima adduce una legittima difesa, poi confessa che l’omicidio è opera sua e che ha anche tramato per...