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Cinque minuti. Storia di una paternità bella e impossibile
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Chi lavora in unità cliniche che si occupano di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza sa bene che esiste sempre un settore delicato e complesso, quello dove si seguono anche le malattie neurodegenerative progressive. Quei genitori — quelli di cui parla questo bel film — li conosciamo.

Così, se fare il genitore è da sempre un mestiere impossibile, in questi casi le cose diventano, se possibile, ancora più difficili.

Si desidera la cura, ma anche la normalità per i propri figli. Esattamente come l’avvocato Adriano Sereni (Valerio Mastandrea).

Ma quanta cura? E quanta normalità? E in quale misura, in quale miscela? È un tema di non facile soluzione.

Così, quando si vede il padre di questa ragazza — affetta da una malattia che non lascia molto scampo — che vuole farla divertire anche a costo di superare qualche limite, si solidarizza istintivamente con lui.

Del resto non si rifletterà mai abbastanza sul significato del verbo generare: far nascere, dare vita, vedere questa vita progredire sul piano fisico, psicologico, sociale.

Anche per questo, spesso nei miei consulti con i genitori, pongo questa domanda: per voi cosa ha significato esattamente generare?

Avete mai riflettuto sulla densità di questo concetto?

Essere genitori significa gioire delle gioie, ma anche soffrire delle stesse sofferenze dei propri figli.

E cinque secondi possono essere un tempo troppo lungo o troppo breve per decidere — in casi tanto particolari come quelli del film — dove stia quel flebile confine che separa una momentanea gioia da un’inaccettabile sofferenza di chi tanto si ama.

Tutto il film parla, a volte in modo divertente e a volte più poetico, della funzione paterna.

Del bisogno prorompente di guidare, proteggere, favorire il percorso di una giovane vita.

Anche quando quella vita non è sangue del tuo sangue, ma così vicina al tuo sguardo che — seppur offeso dai peggiori sgarbi che il destino può offrire a un uomo — il registro paterno si attiva, si sintonizza.

E, come spesso accade quando questo movimento adulto è autentico, viene anche ricambiato. Nei tanti e diversi modi che le giovanissime esistenze sanno e possono trovare.

La dialettica tra la sfrontatezza — talvolta persino l’irriverenza — dei nostri giovani e il tentativo di orientare, di sostenere con affetto tanta caparbia inesperienza è la parte più bella e anche più divertente di un film il cui sottofondo è, invece, drammatico.

Alla fine, per quanto ci si voglia ritirare in una sorta di simbolico “monastero” per espiare colpe insopportabili, la salvezza — e persino la redenzione — passa attraverso la relazione.

Perché le nostre vite, ancor più se hanno accettato la sfida della genitorialità, passano dalla capacità di esistere anche attraverso lo sguardo di qualcuno.

Dal sentirsi ricambiati, riconosciuti in un percorso comune.

Dal percepire, se si è padri (o genitori), che il tempo che consuma i nostri anni vitalizzerà altre esistenze a noi contigue — figli, ma non solo.

E per fortuna, nella nostra vita sociale, si può generare, o essere generativi, anche con i figli degli altri come svela il film.

Così, per chi fa il mio mestiere, questo lavoro degli amici Paolo Virzì e Francesco Bruni offre la possibilità di una riflessione che il cinema — talvolta meglio di qualche saggio — riesce a favorire.

Verso quei genitori il cui destino non ha proposto percorsi semplici per i loro figli, rendendo le loro paternità o maternità belle e impossibili nello stesso momento.

Per questo solo relazioni molto pensate possono provare, almeno un po’, a lenire e soccorrere, senza tuttavia la pretesa di essere esaustive.

Perché anche il compito del curante, a volte, appare un compito impossibile. Impossibile ma necessario, come quello del genitore.

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