“Il suo mestiere, in fondo, non è molto diverso dal mio, trattiamo tutti e due gli stessi tipi di nevrosi, quello che si dichiara e quello che si nasconde.”
Costruito intorno a questa piccola/grande idea, questo lavoro, di Patrice Leconte, potrebbe entrare a tutto diritto nelle videoteche didattiche e negli eventi formativi di qualsiasi psicoterapeuta (di qualunque orientamento). Il garbo con cui mette in scena una serie di elementi, luoghi comuni e verità, rispetto alle terapie psicologiche, credo sia il suo maggior pregio. La sceneggiatura, direi tipicamente “francese”, dove si parla molto ma accadono poche cose, appare tuttavia secondo me consona al tema (o meglio ai temi) che vuol affrontare.
Che cosa spinge qualcuno a raccontare o raccontarsi? Che cosa spinge qualcun altro ad ascoltare e ad ascoltarsi? Ma forse, la vera e più provocante domanda che questo lungometraggio ci pone è la seguente: quanto è rilevante la natura, anche professionale, della relazione che si viene a strutturare tra due interlocutori, di cui uno chiede (almeno apparentemente) all’altro aiuto e l’altro offre (almeno apparentemente) questo aiuto?
Ci voleva forse la semplice genialità cinematografica di questo autore, che fa entrare per sbaglio una confusa paziente al suo primo appuntamento con l’analista nello studio adiacente del fiscalista (per poi continuare ad andarci), per dichiarare pubblicamente quello che molta “psicologia popolare” presume.
In questo ennesimo “film d’interni”, il cui ritmo narrativo e narratologico ricorda inevitabilmente Rohmer, il regista sottolinea come la funzione terapeutica non appartenga, in modo esclusivo o esclusivistico, ad una specifica competenza professionale.
Nel caso specifico del film (che peraltro si presta anche a leggere l’opposto), potrebbe quasi sottolineare che la funzione terapeutica appartiene alla relazione stessa.
Ed ecco allora che il fiscalista si trasforma in analista o in terapeuta (ma lo era già?), e l’analista sembra perdere (ma la perderà?) la propria funzione terapeutica.
Il gioco di parole, che il collega analista minoritario (Riccardo De Filippis) ci suggerisce, quello fra trasferimenti e trasferimenti (d’imposta), potrebbe essere un modo ironico per sottolineare come ciò che cura, nella relazione assistenziale, sia soprattutto il grado di benessere e autenticità che i due protagonisti sperimentano all’interno della loro relazione.
Ecco, qui il film diventa davvero illuminante. A differenza della maggioranza delle narrazioni cinematografiche sulle terapie psicologiche, spesso condotte sulla base di una rappresentazione caricaturale o comunque lontana dalla realtà, il film mette in scena un’idea essenziale:
il terapeuta è certamente un professionista, ma è prima di tutto una persona in relazione con un’altra persona.
E questa relazione, come la vita stessa, è soggetta a errori, malintesi, confusioni, identificazioni, proiezioni, ritiri, fughe e avvicinamenti.
A un certo punto, i due protagonisti sembrano voler mettere ordine in questo “gioco psicologico”, come a volersi liberare da un legame che li sta intrappolando e che, tuttavia, sembra aver prodotto qualcosa di importante per entrambi.
Entrambi, si immagina, più autonomi.
La conversazione ricomincia, ma qualcosa è cambiato.
Entrambi sembrano più rilassati.
Più liberi.
Come ho scritto all’inizio, chi forma i futuri psicoterapeuti potrebbe utilizzare questa pellicola. Ancora una volta il cinema si presenta come un’arte e un linguaggio che ci permette di parlare, in modo divertente e leggero, di temi importanti e complessi. Talvolta, persino in modo più immediato, convincente e financo divertente, di tanta psico-saggistica con la “S” maiuscola.
