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Ne uccide più la vergogna che la colpa
ADOLESCENTE IN CRISI

Quando la collega torna dalla consulenza che abbiamo dovuto fare nella nostra rianimazione, mi riferisce queste testuali parole: il collega anestesista-rianimatore ha detto “l’ho preso per i capelli e l’ho tirato su dalla bara”.

Stabilizzato o stabilizzata, dopo tentativi sempre più seri, quello che poi ti trovi davanti è un viso d’angelo, il ragazzo o la ragazza della porta accanto, un adolescente magari introverso ma anche disposto a farsi ingaggiare solo che si scorga un registro che lo animi. In mezzo a due genitori spaventati, disorientati, ma che anch’essi potrebbero essere i nostri vicini.

C’è quello che vediamo noi e quello che si legge sui libri. Oggi temo che la forbice si sia molto allargata. Con tutto il rispetto per i vari Crepet, Recalcati, Galimberti ecc…credo che dovrebbe nascere una nuova letteratura, ma penso altresì che dovrebbe prendere spunto da chi lavora tutti i giorni in “prima linea” nei servizi, con gli adolescenti che oggi hanno ideazioni ma anche agiti suicidari. Il problema è che spesso non si ha il tempo per impegnarsi in un’opera compiuta. Ma solo per scrivere al massimo un post.

Forse c’è in Italia un’eccezione, quella di Gustavo Pietropolli Charmet, che anni fa grazie ad un finanziamento di una fondazione poté lavorare a lungo come consulente in un Pronto Soccorso di Milano e, con dei collaboratori, scrivere qualcosa che partisse da una clinica reale, di un ospedale vero del nostro paese. Quello che scrisse ed elaborò poi, rimane per me ancora oggi una delle poche chiavi di lettura attendibili del fenomeno “suicidio e tentato suicidio in adolescenza.”

Si soffre oggi in modo diverso e per motivi diversi. Si gestisce, si comunica e si cerca di risolvere, in modo diverso, rispetto alle generazioni precedenti. Questo ci obbliga ad un ripensamento delle nostre categorie. Inoltre la richiesta di aiuto e l’espressione del dolore è sicuramente più precoce.

Gli adolescenti trattano male chiunque non mostri passione per le loro problematiche. La stessa costruzione di un Super Io (una funzione genitoriale/normativa interiore) fatica molto a definirsi. Anche quando si parla di interventi precoci dovremmo domandarci per cosa?

Anche nelle nostre valutazioni, come nel lavoro di chi educa, dovremmo smettere di considerare l’adolescente un ex bambino perché è qualcosa di molto diverso ed a tratti più impredicibile.

Quando un sopravvissuto da un tentato suicidio entra nelle nostre stanze, oltre a trovare noi per primi una postura relazionale adeguata a loro, né banale, né moralistica, né evitante, né troppo materna, ma anche nemmeno troppo paterna, facendoci dunque guidare prima di tutto da loro stessi fin dai primi passi, la prima sfida è provare a restituirli dei futuri pensabili, invece di analizzare i traumi dell’infanzia. Quello che accade è che noi rischiamo di assistere alla morte del loro futuro. E noi di non avere un dispositivo per farvi fronte.

Restituire pensabilità

Invece il lavoro, il faticoso e paziente lavoro, usciti dalla rianimazione, dovrà essere di restituire la pensabilità che potranno essere amati meglio di come sono stati amati in questo momento, che potranno amare meglio di come stanno amando in quel momento, vivere meglio di come stanno vivendo in quel momento, studiare, lavorare meglio di come si suppone.

Come giustamente dice Pietropolli Charmet bisogna costruire un pronto soccorso evolutivo per il percorso della crescita. Meno azione – o comunque azioni semplici misurate, poco richiedenti, non la solita sequela di danza, calcio, pallavolo, nuoto, inglese, teatro tutto nella stessa settimana – e più pensiero e simbolizzazione. Più accudimento a mentalizzare, a riflettere, a maneggiare il linguaggio. Anche quello emotivo.

Se gratti bene, dietro a tanta sofferenza odierna, trovi prima o poi una sconfitta narcisistica. Sempre citando Pietropolli Charmet, questi ragazzi hanno paura di essere brutti, non di essere cattivi (noi avevamo paura di essere cattivi e ci sentivamo in colpa per questo). C’è insomma qualcosa nelle loro “pagelline della vita” che molto precocemente sembra essere andato drammaticamente storto. Tanta crudeltà, cinismo, oggi super amplificato dai social, sembra animato dalla gestione e dalla circolazione di tanta rabbia narcisistica.

Per questo alla fine ne uccide più la vergogna che la colpa. Per sentirsi in colpa bisogna sentirsi cattivi, ma dunque anche capaci di osare, di spingersi, di fare. Certo con il rischio poi di pagare un prezzo depressivo. Ma se ti senti “brutto” o “brutta”, inadeguato, inadatto, al primo “debutto adolescenziale”, spesso appena finite le Scuole Medie, sarà la vergogna ad assalirti. Un’ emozione cognitiva. Vergognarsi profondamente della propria inadeguatezza esistenziale può essere persino più irreparabile che sentirsi in colpa per qualcosa.

Dobbiamo dunque ripartire dalla nostra clinica, dallo studio di quello che osserviamo, dai nuovi mondi relazionali da cui i “clienti” dei nostri servizi arrivano, e provare a riscrivere le categorie concettuali con cui osservarli per occuparci di loro e delle loro famiglie.

Consapevoli che non esiste una causa. Ma molte ed integrate cause il cui mix ci porta davanti tutta questa sofferenza. Ogni tentativo di cercare la monocausa è fallito in partenza. Siamo in una fase in cui dobbiamo più ascoltare loro, i loro pensieri, i loro timori, i loro convincimenti, che leggere le nostre (non sempre aggiornate) teorie. Dobbiamo apprendere da loro stessi. Una delle cose più difficili in questa fase del mio lavoro è dire ai genitori che il loro mestiere è fare soprattutto domande, saper fare domande ed anche apprendere a tollerare il “buio nella mente” che certe risposte o anche solo certi sguardi possono generare, e molto meno fare affermazioni e dare indicazioni o – comunque – fare affermazioni solo dopo aver fatto almeno un po’ di domande. Ripartire da qui sarebbe già tanto.

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