Seguendo una delle attività a me più care, ossia andare al cinema la domenica mattina (con prima una colazione condivisa con cinefili), oggi mi sono stupito e ho compreso fino in fondo la bellezza di un cult, anzi, per noi che siamo anche woodyalleniani, di un mito.
Come il sempre bravo Massimo Ghirlanda, nell’introduzione, ci racconta, si ama Casablanca persino nonostante alcune frasi non immediate da digerire per degli europei moderni, tipo “Was that cannon fire, or is it my heart pounding?” (sono colpi di cannone o era il mio cuore che batteva forte?) e i tanti, tantissimi cliché che rappresenta del genere sentimental-eroico-politico.
Ma, malgrado questo, una sala sold out dalle 10 di mattina, alla fine, ha persino applaudito in modo coeso alla conclusione di questo bianco e nero del 1942. Perché?
Forse, cambiando ciò che deve essere cambiato, per gli stessi motivi per cui fu tanto amato e premiato in mezzo alla Seconda guerra mondiale. Qualcuno che ha cercato di essere neutro, di non impicciarsi nei guai del mondo, alla fine decide di fare una scelta, e di farla dalla parte giusta. Costi quel che costi.
Casablanca viene girato e distribuito nel 1942, quando gli Stati Uniti sono appena entrati in guerra. L’attacco di pearl harbor del 7 dicembre 1941 non è solo un evento militare: è uno shock collettivo, una frattura psicologica.
L’America, quella che tutta la mia generazione ha amato per decenni, pur con le sue contraddizioni, uscì dalla tentazione isolazionista e scelse di assumersi la responsabilità, ancorché dolorosa, di stare dalla parte delle civiltà liberal-democratiche, accettandone anche i costi umani ed economici.
C’è del resto un momento emozionante nel film dove il dato politico e sentimentale tocca il suo acme.
Quando, per sommergere il coro del piccolo gruppo di nazisti presenti nel Rick’s Café Américain gestito da Rick Blaine (Bogart), che inneggiano una canzone in tedesco, il suo antagonista sentimentale ma co-eroe politico Victor Laszlo (Paul Henreid) chiede all’orchestrina di suonare la Marsigliese lì, in Marocco, mentre Parigi è in mano ai nazisti. Il capo orchestra guarda Rick, che dà un cenno di assenso, e parte un coro potente e insistito che allaga il locale di orgoglio e di rivincita, sommergendo le voci dei tedeschi.
Mi sono emozionato anch’io. Ma ho fatto anche un pensiero. Qui, in quel canto, e tutti i soggetti del film — che impersonano l’americano Rick “Bogart”, il cecoslovacco Victor Laszlo, la norvegese Ilsa Lund (Ingrid Bergman) — sono alla fine tutti dalla stessa parte. Il cuore dell’Europa offeso trova, in fondo in fondo, una sponda completa e affidabile nel newyorkese Rick.
Oggi, sempre di più, la maggioranza degli europei sente che quell’Humphrey Bogart che nel film rinuncia alla fine sia all’amore della sua vita sia alla neutralità politica, con i vari vantaggi che entrambe le cose avrebbero comportato per stare con il Vecchio Continente (e forse anche in pace con sé stesso), non solo non ci sia più ma, persino, sia lui stesso la minaccia, il predatore numero uno di noi tutti, in un modo o nell’altro. Insomma, che non solo non avrebbe fatto cantare a tutti la Marsigliese nel suo locale, ma avrebbe alzato il volume al coro dei nazisti.
Ecco l’incredibile attualità di questo film per noi europei. Che ci ricorda non solo che ci sono dei momenti della storia in cui si deve decidere di sacrificarsi e stare uniti, tutti dalla stessa parte, ma anche — e forse soprattutto — che ci sono momenti precisi nella storia in cui l’ambiguità finisce e resta una sola domanda possibile:
da che parte stai?
A cosa sei disposto a rinunciare pur di fare la cosa giusta?
Persino il cinico ed ambiguo capo della polizia, filo-governo di Vichy collaborazionista — Captain Louis Renault (Claude Rains) — alla fine prende una decisione. Speriamo, come Europa unita, accanto a paesi nobili come il Canada o l’Australia, di riuscirci anche noi.