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ADOLESCENCE: un lavoro molto difficile
La difficile arte della valutazione psicologica in campo forense
ADOLESCENCE Psicologa copia

Con i miei studenti ad un laboratorio di psicodiagnostica che tengo da anni all’università di Pisa, uso spesso dei filmati dove si vedono sedute di psicologi clinici psicoterapeuti che poi discutiamo in aula.

Nella mini serie che ho visto, Adolescence su Netflix, devo dire veramente ben costruita, dove il tema è un’adolescenza molto problematica, bullismo e cyberbullismo ma, soprattutto, adolescenti che commettono gravi crimini, tutta la terza puntata è dedicata ad una psicologa che deve fare una valutazione dentro un istituto dove è trattenuto il protagonista tredicenne.

Sicuramente ha ben contribuito la tecnica del piano sequenza del regista, ma la sceneggiatura e la recitazione rendono veramente molto bene un colloquio psicologico valutativo che si deve fare in contesti giuridici come quello.

Il ragazzino sfida in mille modi la psicologa, lei stessa è molto attenta a come approcciarlo ma è costretta, per confrontarlo, e per conoscere i suoi autentici stati mentali, a correre qualche rischio relazionale. Seppur mantenendo una grandissima professionalità.

Questo video, o parte di esso, se riesco lo introdurrò nelle mie lezioni perché nonostante sia una fiction, mostra in modo molto credibile non solo quante e quali siano le obiezioni che un tredicenne intelligente, seppur problematico, può fare in quelle circostanze ma, ancor di più, come vengono gestite dalla psicologa.

Non c’è traccia di una visione macchiettistica o di super donna, che tutto sa e che tutto prevede nel descrivere la specialista. Viene invece ben mostrato il faticoso percorso esplorativo che si deve fare ma avendo in mente quali sono tutti gli aspetti che si devono saper gestire. La “danza relazionale” che bisogna favorire per cercare di tenere costantemente a mente, la mente del ragazzo e, grazie a questo, non fare errori. Si intravede la cura con cui la psicologa si prepara a quella sfida in quella specie di arena che diventa la stanza di consultazione.

Posso assicurare che il tutto è molto realistico e, chiunque lavori con adolescenti molto problematici che compiono crimini, ci si potrà riconoscere.

Occuparsi di adolescenti ci interroga sempre molto sulle nostre funzioni genitoriali interiori. Che si sia poliziotti, giudici o psicologi. Nella serie appare in modo evidente quando si affresca in modo affettuoso il rapporto tra il poliziotto, anche lui padre imperfetto, di un adolescente.

La terza puntata affronta di petto una questione clinica e forense di grande rilievo. Come svolgere al meglio una valutazione psicologica professionale quando la committenza è un avvocato (come in questo caso) o un giudice. Ora la maggior parte dei poliziotti o dei giudici, sono del tutto abituati ad intervistare persone anche minori, sapendo che quei colloqui avranno un inizio, una fine, ed uno scopo finale esterno a quella loro relazione. Molto diverso è per noi psicologi clinici.

Per la psicologia clinica la norma è fatta di: un ragazzo o una famiglia che chiede (necessita) un consulto; un setting relazionale correlativo che viene apparecchiato al fine di un colloquio clinico che di regola sfocia poi in un vero e proprio trattamento psicoterapeutico (individuale, familiare ecc…)

In questo caso è tutto diverso. Il consulto non nasce da una vera domanda del ragazzo, ma da una esigenza della difesa del ragazzo e di chi la organizza. Siamo dunque in un contesto valutativo più di tipo coatto. Come capita altre volte quando i tribunali intervengono a favore di minori.

Tuttavia, come spiego anche durante i miei laboratori agli studenti, non esiste solo la più nota “alleanza terapeutica” ma anche, la meno nota ma egualmente importante “alleanza diagnostica”. Si tratta di favorire cooperazione, reciprocità, ed una serie di movimenti e contro movimenti con il proprio cliente/paziente al fine di ottenere la migliore valutazione. Spesso questa sfuma poi in alleanza terapeutica ma non poteva essere questo il caso.

La domandona dunque è: come generare una alleanza diagnostica sapendo e chiarendo fin da subito che, quei setting osservativi, non avrebbero avuto altri sbocchi con quello specialista? E’ la difficile sfida che deve affrontare, nei suoi alla fine cinque colloqui, la psicologa della serie.

Se osserviamo la sintassi del suo intervento si potranno osservare molte cose ben fatte, forse non tutte ma, come ha richiamato un mio collega, è impossibile non mostrare debolezze, imperfezioni, reazioni controtransferali non del tutto sorvegliate. Per esempio portargli la cioccolata calda ed il panino, fa parte della fase del joining che sempre deve essere costruita con un adolescente (e non solo), in quel contesto è del tutto accettabile.

Il ragazzo accusa più volte la psicologa di fare “domande trabocchetto” mostrando diffidenza verso il suo tentativo di esplorazione, poi le chiede più volte di leggere i suoi appunti “perché l’avvocato dice che lavori per noi” e qui, la specialista, è costretta a fare una importante precisazione “sono stata assunta da voi ma devo fare un rapporto indipendente”.

Più in generale spesso il risentimento per la dimensione del femminile incrostata nell’animo del ragazzo viene fuori. In modo plastico quando si infuria perché, con un solo cenno, la psicologa non fa entrare dentro la stanza l’operatore della custodia, nonostante il ragazzo avesse perso il controllo in modo molto aggressivo, mostrando dunque un certo potere anche sugli agenti di custodia. In quell’occasione andandole sul viso le urla: “che cosa hai fatto!! Che cosa c…zo hai fatto! Gli hai fatto un cenno come una specie di regina!!”.  Del resto il tema del controllo e del potere tra i sessi su chi ce l’abbia o meno è un tema centrale nella vicenda e nella psiche del ragazzo.

La parte più critica è quella finale. E’ vero che alla fine la psicologa non governa fino in fondo il suo controtransfert (colpita forse anche come donna) e confronta con più durezza di quanto poteva essere necessario il ragazzo, su quello che ha fatto. In parte anche per capire veramente quanto si rendesse conto visto i non pochi momenti di negazione palese del crimine commesso. Ma è altresì vero che la notevole difficoltà di quel tipo di colloqui, è quello di risolvere il problema di aver creato per forza un legame per approfondire, ma non per curare. Il disappunto del ragazzo si manifesta quando urla mentre lo conducono fuori dalla stanza: “non può essere un addio!” ma anche “io ti piaccio!?” (più legate al tema del crimine).

La risposta “sono qui come professionista” (della valutazione andava aggiunto) è la posizione che la psicologa assume, può apparire fredda ed insufficiente. E forse lo è. Ma quella psicologa ha dovuto affrontare un vero e proprio ring psicologico, utilizzare i suoi indicatori emotivi, gestirli al meglio e lo stress finale è palese quando rimane sola nella stanza. Angosciata, addolorata per le schegge emotive che le sono arrivate addosso. Con le lacrime che scendono dopo tanto autocontrollo esercitato.

Si poteva fare di meglio? Si può sempre fare di meglio ma bisogna trovarsi fisicamente dentro quelle stanze. Nessuno di noi è mai è un super eroe o un mostro. Ma esseri umani con delle crepe. Meglio se piccole.

Solo una nota finale. La poliziotta donna, che supporta sempre il poliziotto uomo protagonista dell’indagine, gli chiede spesso ed in più momenti come stai? Va tutto bene? Ricorda e ci ricorda che fare quel tipo di attività con minori mette a dura prova l’assetto psicologico degli adulti. Ed è molto vero. Tocca gestire tante sfumature diverse e contraddittorie di emozioni e di pensieri. E’ così vero che anche nella nostra unità clinica per la salute mentale dell’infanzia e adolescenza non di rado ci interessiamo di come sta l’altro. Come stai? Va tutto bene? Più o meno implicitamente dopo casi complessi che lo chiediamo spesso. A volte anche solo con gli sguardi quando ci incrociamo nel corridoio.

Facciamo mestieri molto complessi, dove il massimo che si può chiedere è di essere preparati, onesti e vigili con sé stessi, ma non certo perfetti.

 

 

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