Non esistono nel lessico umano parole adeguate per commentare la morte di un bambino di due anni e mezzo, in queste circostanze. E tuttavia, quando accadono drammi di questo tipo, sentiamo il bisogno di cercare un senso, di sviluppare un pensiero che non sia soltanto reazione emotiva, ma tentativo di comprensione, di cercare un ordine nelle idee anche quando non si trova.
Nel mio mestiere, negli ultimi dieci anni, ho lavorato in strutture sanitarie dove i pazienti erano esclusivamente ragazzi fino ai 18 anni. Anche molto piccoli, con le più varie sindromi neurologiche, fino ad adolescenti gravi e scompensati. Il senso di responsabilità verso le famiglie è dunque un tema che conosco bene.
Così come conosco la necessità di fare ciò che è utile, sapendo però che un margine di rischio esiste sempre.
Il confine tra ciò che è possibile fare – nei tempi e nelle condizioni che non sempre decidiamo noi – non è mai netto. E gran parte dei nostri pensieri, quando lavoriamo in sanità, è abitata dall’imprevisto e dal timore dell’errore: una valutazione sbagliata, una conseguenza non prevista.
La responsabilità e il rischio
Nel campo delle malattie del neurosviluppo e della psicopatologia dell’adolescenza ci si muove in un settore più fluido rispetto a una cardiochirurgia. Le variabili sono più relazionali, meno rigidamente biomediche.
Eppure anche lì il rischio esiste. E nei disturbi neuromotori il rigore tecnico diventa centrale, con tutto ciò che comporta.
Lavoro nel Sistema Sanitario Nazionale dal 1988. Per ragioni quasi casuali sono stato collocato spesso in ospedale, pur appartenendo a una specialità più territoriale. Questo mi ha permesso un contatto frequente con altre discipline mediche: nelle consulenze ai reparti, certo, ma anche nei luoghi informali, come la mensa aziendale, dove si scambiano esperienze e si scoprono aspetti delle altre professioni che non sono immediatamente visibili.
È in questo “baratto di saperi” che ho maturato curiosità e rispetto per il lavoro degli altri sanitari: per i loro punti di forza, ma anche per i rischi che inevitabilmente devono correre.
Da qui il mio interesse per una disciplina che è, in fondo, molto psicologica: la gestione del rischio clinico. Un ambito in cui competenze diverse collaborano per cercare di rendere facile fare le cose bene e difficile farle male.
La lezione di Atul Gawande
Un libro ha avuto un ruolo decisivo nel mio modo di guardare alle professioni sanitarie: quello scritto dal chirurgo americano Atul Gawande.
Nel 2009 pubblicò The Checklist Manifesto, tradotto in italiano come Checklist – come fare andare le cose meglio. Gawande era colpito dal numero di complicazioni operatorie e post-operatorie, decessi compresi. Si chiese come fosse possibile che, in altri settori ad altissima complessità – la costruzione di grattacieli, l’aviazione – si riuscissero a gestire rischi enormi con tassi di errore relativamente bassi.
La risposta non fu tecnologica, ma umana.
Gli esseri umani tendono ad autoingannarsi, a fidarsi troppo della propria esperienza, a ritenere di “sapere già”. La checklist nasce come antidoto alla nostra fallibilità forse anche presunzione.
Non è un elenco burocratico. È un presidio cognitivo.
Una sequenza di domande che il team deve porsi sempre, nello stesso ordine, prima di ogni intervento.
Dalle più semplici – quale arto dobbiamo operare? – alle più complesse – abbiamo tutti gli esami necessari?
Se la checklist non viene completata, non si procede.
Questo sistema, apparentemente banale, fu sperimentato in diversi ospedali nel mondo e dimostrò una riduzione significativa di errori e complicanze.
La checklist non elimina il rischio.
Ma riduce la probabilità che l’errore umano, prevedibile e strutturale, si trasformi in danno.
Quando il sistema può fallire
Di fronte a una vicenda così dolorosa, ciò che le autorità dovranno accertare è come l’intera catena degli operatori coinvolti abbia lavorato per ridurre al minimo il rischio procedurale.
Azzerarlo è impossibile.
Ridurre la probabilità di errore è doveroso.
Non ho elementi per giudicare il caso specifico. È giusto attendere accertamenti rigorosi. È possibile che si siano verificate violazioni di protocollo o approcci negligenti. È anche possibile, seppure raro, che una concatenazione sfortunata di eventi – ciascuno improbabile, ma tutti insieme – abbia “bucato” il sistema di gestione del rischio. Una complicazione in più esiste quando siamo davanti a contesti tempo-dipendenti come in questo caso.
Sono eventualità diverse. Ed è compito delle indagini distinguerle.
L’imperfezione come condizione umana
Queste vicende ci sconfortano e ci devastano. Ma restiamo esseri umani che si occupano di altri esseri umani.
Nella condizione umana non è prevista né certezza né infallibilità. È prevista, semmai, la consapevolezza dei nostri limiti e il tentativo continuo di superarli.
Il lavoro di Atul Gawande, le domande che si è posto, le strategie che ha introdotto, rappresentano non solo un faro tecnico, ma anche una consolazione antropologica: la cura è un’impresa collettiva, fatta di rigore, impegno, solidarietà e reciprocità. Non solo imporsi dei pur necessari vincoli operativi.
Non è solo “fare il medico”.
È riconoscere che la nostra umanità è imperfetta, e proprio per questo ha bisogno di metodo, di responsabilità condivisa e di comunità.
Anche – e soprattutto – nei momenti più tragici, dobbiamo tenerlo ben presente.