“Il futuro non è un dono: è una conquista.”
— Robert F. Kennedy, discorso alla University of Cape Town, Sudafrica, 6 giugno 1966
Scrissi questa recensione nel 2006, anno di uscita del film. Era già un periodo difficile per l’America e il tasso di impopolarità per gli esiti della guerra con l’Iraq era alto. In questo momento sento la necessità di immaginare un futuro diverso e di fare un richiamo a delle radici.
La vita, alla fine, è fatta di semplici storie personali: di famiglie, di cucine, di parrucchieri. Scegliere, come avrebbe fatto Altman, di raccontare una storia importante e quasi mitica attraverso tante piccole biografie di gente comune ha funzionato. Il film corale di Emilio Estevez riesce infatti a farci respirare le passioni, le ragioni e perfino le contraddizioni di un’epoca politica senza parlare direttamente di politica.
Le tensioni (ma anche le solidarietà) in una cucina d’albergo tra dipendenti latinoamericani e neri; una giovane donna che sta per sposare un compagno di scuola per evitargli il Vietnam; due giovanissimi sostenitori democratici che finiscono tra le braccia dell’LSD – per poi pentirsene – invece che a cercar voti per “Bobby”. Tutto questo è sofferenza, è vita, ma è anche un discorso politico. Un discorso nella forma più alta e nobile perché, almeno così ce li restituisce il regista, sembrano tentativi autentici di affrontare e provare a risolvere questioni sociali.
Credo che sia stata proprio questa la sua forza, la forza del senatore Robert Francis Kennedy: rendere autentico lo sforzo della politica. Il tentativo di governare le contraddizioni di un paese e forse anche di un pezzo di mondo. Tuttavia, come nel film, prendendo parte. Scegliendo di sostenere le fatiche del vivere della gente comune.
Il film ci ripresenta i colori di quel democratico “I Care” (mi riguarda, mi importa), così lontano da certi modelli impolitici attuali. Un sentimento che fece sperare una parte d’America, ma anche un pezzo d’Europa.
Ma come si fa a realizzare un lungometraggio senza mai mostrare quell’icona, quel viso, quel sorriso? Quella bocca che Pier Paolo Pasolini celebra in una lunga poesia di compianto proprio per la morte di RFK, dove si può leggere (…)
“Ci sono certe bocche, con un sorridere di adolescente, che dimostrano come nessuna società contenga il mondo. Dalla tomba dove dunque non sei, ma nei sensi altrui, vivo, di quella vita che supera di tanto lo stesso sconfinato contenere degli Stati Uniti” (…).
Del resto il cinema è soprattutto immagine. Eppure è proprio attraverso le immagini – quelle di gente semplice e qualunque, e non del leader – che il regista riesce nel suo intento. Riesce a rappresentare le istanze di un popolo che non crede all’ossessione del “nemico”, interno o esterno. Di una parte d’America che pensa di essere “un grande paese, un paese altruista e compassionevole”. Un paese che di lì a poco avrebbe deciso, con ogni probabilità, di farsi rappresentare da un uomo giovane e convincente.
Ma forse il punto più alto Estevez lo raggiunge con l’interpretazione di una sempre più brava e matura Sharon Stone. La parrucchiera compassionevole che sintetizza, nel suo volto segnato, insieme il bisogno di giustizia e quello di cambiamento.
La sinistra democratica – quella che non sfugge alle sfide della vita ma nemmeno a quelle del governo – come ci ricorda Walter Veltroni in un saggio dedicato proprio a RFK, ha sempre avuto l’obbligo di tendere all’armonia tra la radicalità dei valori e il realismo delle soluzioni.
Quel sogno negli Stati Uniti sembra essersi spezzato. Quel mondo di diritti e di speranze umane si raccoglie – morente – tra le braccia di un giovane cameriere latinoamericano.
Il 6 giugno del 1968 facevo ancora le elementari e i miei genitori avevano un televisore in bianco e nero. Quella scena, con il dipendente dell’Hotel Ambassador che sostiene la testa del senatore, è tratta dal vero e ha fatto il giro del mondo.
Adesso farà il giro delle sale e reincontrerà quelli che allora erano bambini o non erano ancora nati.
Il regista nordamericano ha preso parte in un momento difficile per i suoi States. C’è l’omaggio. Ma forse anche la speranza.
E tuttavia, rivedendo oggi quelle immagini, viene spontaneo chiedersi che cosa sia rimasto di quel sogno. L’America di Robert Kennedy sembrava ancora capace di immaginare la politica come responsabilità morale, come tentativo di ridurre le ingiustizie e di governare i conflitti sociali. Oggi, guardando la scena pubblica americana, quella promessa appare più fragile e lontana.
Forse è anche per questo che il film di Emilio Estevez non parla soltanto di una notte del 1968. Parla della fine di una stagione della politica e di una speranza che, per molti, non ha ancora trovato un nuovo nome.