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Il gesto di Ettore
Da Troia ad Afragola…uccisa a 14 anni dall’ex fidanzato di 19
Ettore Troy

Una bambina, poco più che tale, uccisa brutalmente da un ragazzo che, a ben vedere, è anch’egli poco più che un bambino. Diciannove anni: diciannove ore di volo sull’aereo della vita. Poche, troppo poche.

Una sequenza di omicidi che non trova tregua. Stesse dinamiche, stesse frustrazioni intollerabili. E allora, per calmare la rabbia, la fonte della frustrazione deve morire. Non è più una persona, è diventata l’oggetto della sofferenza — e, come ogni oggetto, appartiene a chi crede di poterlo stringere nelle mani.

Non stupisce sapere che, per molti adolescenti, controllare tutte le password del partner sia considerato normale. Come normale è ormai darsi uno schiaffo.

Cosa ha smesso di funzionare?
Non credo basti riesumare la parola patriarcato. Ci deve essere altro, molto altro. Dev’essersi rotto qualcosa — o meglio, tutto insieme: le dighe familiari, sociali, scolastiche, religiose. Il nostro Vajont psicologico.

Ascoltando questa notizia, ho immaginato la consueta catena di commenti: intellettuali, esperti, colleghi, giornalisti pronti a dire la loro. Ma, forse, la verità è che nessuno sa veramente cosa fare.
Le spiegazioni sono molte, ma nessuna è abbastanza. Sentiamo l’urgenza di intervenire, ma dovremmo forse ammettere che non abbiamo soluzioni. Non chiare, non rapide, non sicure.
Ci tocca convivere con i dubbi, con armi spuntate — senza arrenderci, certo, ma riconoscendo i nostri limiti. Forse proprio da lì può cominciare qualcosa.

Quando mi trovo in questo stato mentale, cerco conforto nel classico, cioè nell’universale.
E, curiosamente, questa tragedia mi ha riportato alla mente Ettore, l’eroe troiano.

Molti anni fa, leggendo Il gesto di Ettore di Luigi Zoja — uno dei saggi più belli sulla paternità — mi trovai a riflettere non solo sull’essere padre, ma anche su mio padre, e sulla complessità stessa del ruolo paterno.

Omero racconta che, prima dell’ultima battaglia, Ettore — rifiutando di restare dentro le mura — vuole salutare il figlio.
Ettore è diverso dagli altri eroi omerici: non conosce la hybris, quella tracotanza che spinge a sfidare gli dèi e le leggi divine. E cosa c’è di più divino della legge che impone il rispetto per la vita altrui?

Diverso da Achille, da Agamennone, da Ulisse che infierisce contro un Polifemo ormai inerme, Ettore è privo di arroganza.
Quando si avvicina al figlio, però, la corazza e l’elmo lo rendono irriconoscibile: il bambino si spaventa.
Ettore allora si ferma, si toglie l’elmo, lo depone a terra, sorride e abbraccia il figlio.
In quel momento comprende che la familiarità con la guerra — la “vita adulta” — lo ha reso estraneo all’infanzia, e che solo togliendo l’armatura può ritrovarla.

Poi solleva il figlio in alto, verso il cielo.
Quel gesto, eterno, segna l’atto simbolico del padre: non basta generare, bisogna scegliere di essere padri.
Alzare il figlio è dire al mondo: “Io me ne assumo la responsabilità”.

Temo che molti padri oggi abbiano smarrito proprio questa responsabilità.
Forse, a loro volta, non sono mai stati “alzati” dai propri padri.
Quando, nei miei colloqui clinici, chiedo ai genitori: «Cosa ha significato per voi generare?» — spesso mi rispondono con silenzi imbarazzati, o con parole incerte.
Forse è lì che si è spezzata una catena.

La tragedia di Afragola ci interroga anche su questo:
chi si assume, oggi, la Grande Responsabilità?
Chi aiuta a costruire i contesti in cui possa rinascere?
E, soprattutto, perché non leggiamo più l’Iliade?

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