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Vespa: 80 anni tra memoria e libertà
Vespa per il blog leggera

Come si può leggere in un affettuoso articolo su Repubblica di oggi 19 aprile 2026, la Vespa compie 80 anni. Brevettata da Enrico Piaggio esattamente il 23 aprile 1946. Una ragazzina si afferma, e giustamente. Perché appare veramente senza età oltre ad essere, di certo, la biografia di un Paese.
La storia di tanti italiani dal dopoguerra in poi. Sicuramente quella mia e della mia famiglia.

Ronzava appena nata il suo piccolo motore di 98 cc dentro la scocca chiusa, ed anche la forma vista dall’alto ricordava, scrive con precisione entomologica Maurizio Crosetti, un imenottero.

Eppure quell’imenottero a motore è stato un segno di libertà e vitalità per moltissimi di noi, come poche altre cose.

Mio padre negli anni ’60 aveva costruito e collocato un piccolo sedile tra manubrio e sella per me, mentre mia madre vi saliva dietro composta, con le gambe raccolte e di traverso, portando solo gonne. Un’eleganza femminile che osservavo anche nelle madri degli altri, che parlava di un’epoca in modo plastico.

Non avevo ancora 13 anni e al mio cugino più grande regalarono la prima Vespa 50, quella che verrà poi immortalata in una canzone dei Lunapop. Bellissima! Color aragosta fiammante. Mi ricordo come oggi che nel suo cortile le chiesi di fare un giro. Lui mi domandò: ma l’hai mai guidata? Io, mentendo spudoratamente, dissi di sì, salii, lasciai male la frizione e si impennò, ma poi feci il giretto. Il primo giro su un motore non si scorda mai.

Quando nel 1975 presi il famoso patentino a 16 anni, mio padre acquistò usata, o forse in regalo, una vecchia Vespa 125 di un mio zio che credo fosse immatricolata nel 1962. Aveva ancora le ruote piccole e disallineate, due sedili piccoli (e non la sella lunga che poi ci feci mettere) e la gomma di scorta dietro. Ovviamente ancora a tre marce.

La prese per me e sul momento mi sembrava un ferrovecchio. Tuttavia, quando la feci ritinteggiare a nuovo di un rosso fuoco con delle bande nere sulle scocche, anche l’impatto visivo cambiò. È stata il primo mezzo con cui ho potuto scorrazzare in città e lungomare, con un passeggero (che io speravo spesso fosse “passeggera”). Aveva quel rumore, quell’incalzare progressivo da una marcia e un’altra, per me inconfondibile.

Dopo alcuni mesi mio padre decise di utilizzare per sé la Vespa rossa e di comprarne a me una, sempre usata ma più evoluta. Una GT 125, ruota già più alta e 4 marce, verdolina. Ma io la feci tutta blu con le bande sulle scocche bianche. Aveva un motore più potente, raggiungeva i 90 orari, mi sentivo ancora più libero, ed anche un po’ ammirato. Tuttora alcuni amici mi ricordano in giro con il “vespone”, che evidentemente non passava del tutto inosservato.

Nell’estate del 1979 con una fidanzatina, quelle estati che non finiscono mai, giravamo come non ci fosse un domani. Poche cose mi ricordano il concetto di estasi come quei mesi, un ventenne e una diciassettenne bionda, “senza orario e senza bandiera” (New Trolls).

In uno di questi giorni la diciassettenne mi chiese se poteva provare a guidare lei il “vespone”. Io realizzai lo stesso errore di mio cugino, fidandomi. La feci guidare e mi sedetti dietro di lei. Fu così che alla prima curva (ovviamente senza caschi, all’epoca una cosa normale) finimmo in un fosso. Una signora di una casetta nei paraggi ci venne a soccorrere ma, immortali come solo ci si sente a quell’età, ci rialzammo indenni e persino sorridenti.

Molti anni dopo, quella ragazza oramai adulta, leggendo un mio ricordo su FB commentò: “È vero, ed ogni volta che passo da quella curva me lo ricordo!”. Purtroppo l’irragionevolezza della vita l’ha portata via troppo presto. Ma ogni volta che parlo di Vespa e di emozioni giovanili il suo nome mi viene necessariamente in mente. E mi piace ricordarlo.

Con l’età adulta la Vespa è per un periodo sparita dalla mia vita, come rappresentasse solo una fase. Fino a quando, passati da poco i trent’anni, ho avuto l’occasione di comprarne un’altra usata, un PX 150 a miscela.

Siamo ancora nella categoria “vesponi”. Ho un’altra età, un’altra mente. Ma quando ci salgo di nuovo sopra, come per incanto, la dimensione emozionale legata a quel mezzo si riattiva. Così tanto che i primi giorni, un po’ come Nanni Moretti nel suo Caro diario, ci vado in giro vagabondando, per il solo gusto di vedere strade, palazzi, facce, e di provare quel senso di libertà che, come poche cose, associavo a quel mezzo.

Scrive Crosetti: (…) “Simbolo del design italiano, irresistibile richiamo al viaggio in un Paese devastato e percorso, nel 1946, quasi soltanto da biciclette, pedoni e carretti, la Vespa (20 milioni di pezzi venduti in 8 decenni, in 160 modelli) è un’idea assoluta, protagonista dell’immaginario come ben pochi altri marchi potrebbero, forse Coca-Cola, Nutella, Fiat 500 e Levi’s”. (…)

Ed ha ragione. L’immaginario che mi ha scatenato questo “mezzo”, questa strana moto dove potevi non sporcarti, salire ben vestito è un assoluto protagonista della mia memoria affettiva di bambino e di giovane adulto. Come il cinema che l’ha celebrata, da Vacanze romane ad American Graffiti passando per Quadrophenia.

Da poche cose mi sento rappresentato come dai segni e dai simboli di questa creazione dell’ingegner Corradino D’Ascanio, che detestava le moto e disegnava elicotteri.

Del resto volare è più bello che correre.

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