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Uccidere un autista di pullman. Il buco nero nella mente
A chi interessa la vita di Raffaele Marianella?
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Quando ero ancora studente, la professoressa Donata Francescato, con cui poi mi sono laureato con un lavoro in psicologia di comunità, mi fece conoscere un autore: M. Scott Peck, psichiatra e scrittore statunitense un po’ atipico.

Parlando del male che gli esseri umani fanno e si fanno, tra le varie cose indicava un concetto che mi è rimasto a mente negli anni:
la prodigiosa capacità umana di essere ciechi alla complessità e alla dignità delle vite altrui.

Non so se fosse una mia interpretazione o una sintesi della professoressa Francescato, ma io ho sempre archiviato questo tema come:
“avere un buco nero nella mente”.

Ossia: essere totalmente ciechi di fronte a quanta fatica, quante persone, quanti insegnanti, quanti medici, quanti soggetti di ogni tipo abbiano contribuito e faticato perché un essere umano — un solo essere umano! — viva, cresca, esista.

E quanti, tutti i giorni, mentre nemmeno ce ne accorgiamo, lavorino di notte e di giorno per vigilare sulle nostre esistenze.
O per permetterci di partecipare, semplicemente, a una partita di basket.

Cecità e vuoto di senso

Credo che se ponessi queste domande a uno di quei soggetti (giovani o meno) che hanno gettato i sassi sul pullman, mi guarderebbero come se parlassi arabo.
Non capirebbero, almeno di primo acchito, la natura delle mie riflessioni.

Non ne ho una prova tangibile, ma, tenendomi per sicurezza i due pollici opponibili (con cui si possono almeno prendere oggetti), ci potrei scommettere tutte le altre otto dita.
Non è un tema su cui qualcuno li abbia mai invitati a pensare.
Non li riguarda, non lo capiscono.
Si vive in un eterno presente a-storico.

Dalla psicologia del gruppo alla perdita di sé

Naturalmente, poi, ci sono anche le altre categorie psico-sociali.
Probabilmente erano in gruppo e hanno funzionato passando dalla modalità gruppo alla modalità branco, con meccanismi di deindividuazione tipici di queste dinamiche (non si risponde più soggettivamente di ciò che si fa).

In contesti di folla o di tifo molto acceso, si smarrisce la propria identità personale e alcuni si lasciano trascinare da un senso di anonimato e di appartenenza al gruppo.
Questo può portare a comportamenti impulsivi e violenti, perché la responsabilità individuale sembra diluirsi.

La psicologia sociale studia questi fenomeni anche attraverso il concetto di disinibizione situazionale, per cui in certe circostanze l’emozione collettiva prende il sopravvento e fa perdere di vista le conseguenze reali delle proprie azioni.

Non devono essere esclusi nemmeno possibili tratti disordinati di personalità, che fanno dell’impulsività, del discontrollo e dell’antisocialità il loro mood dominante.
E come tutti questi fattori, più situazionali e più disposizionali, si impastino tra loro in un mix tragico.

La perdita del valore della vita

Ma trovo che disperante sia, ancora una volta, il “buco nero nella mente” che molti giovani (and meno giovani) futuri rei sembrano avere.
Quell’oblio che non permette di riflettere — nemmeno per un minuto — su quanto preziosa, faticosa, ingegnosa e, alla fine, inestimabile sia l’impresa di far crescere e proteggere anche una sola vita.

Su questo — molto più che su molte altre cose — le agenzie educative e politiche dovrebbero profondere energie.
Su questo semplice, ma mai abbastanza ripreso, concetto: quanta fatica e quanto valore ci siano, in termini emotivi, sociali ed economici, dietro la vita di un autista di pullman.

Non solo per i suoi cari, ma per tutti noi.
Come possiamo, anche solo per un attimo, pensare di metterla a repentaglio?

Sarebbe scandaloso farsi queste domande in una classe di studenti delle medie o delle superiori?
Perché il valore sacro della vita non basta enunciarlo: deve essere mostrato ai giovani che si vogliono formare.

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