Tempo per la lettura: 2 minuti
Il paradosso del “Comma 22”
Quando per educare la mente dobbiamo prima imparare a crearla
MENTE E RELAZIONI .jpg

Ci sono situazioni, nella scuola come nella vita familiare, che sembrano costruite come un “paradosso del Comma 22”: per educare davvero un bambino o un ragazzo, dovremmo poter contare su una funzione mentale che spesso, in lui, non è ancora formata.

È una contraddizione che ogni insegnante, genitore o terapeuta incontra prima o poi: come trasmettere pensiero a chi non ha ancora pienamente sviluppato la capacità di pensare se stesso e gli altri?

Sto preparando un paio di brevi seminari per una scuola: uno rivolto ai docenti e uno ai genitori.
La prima cosa di cui parlerò sarà proprio questo paradosso, ispirato al famoso romanzo Catch-22 di Joseph Heller, pubblicato nel 1961.

Il libro rappresenta una feroce critica alla struttura militare e alla guerra, raccontando le vicende di un gruppo di aviatori statunitensi durante la Seconda guerra mondiale.
Nel romanzo, i regolamenti a cui i piloti erano soggetti contenevano il celebre Comma 22, che recitava così:

«Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo,
ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo.»

Ora, fare il docente, ma anche il genitore e ovviamente lo psicoterapeuta, obbliga a confrontarsi con un costrutto centrale: la mentalizzazione.

La capacità di mentalizzare — cioè di avere una propria teoria della mente e una correlativa funzione riflessiva — comporta soprattutto la capacità di riconoscere che qualcun altro ha una mente diversa dalla nostra.
E questo non è affatto scontato.

Significa anche saper inferire cosa accade nella mente di un’altra persona attraverso il suo linguaggio non verbale, il tono della voce, i silenzi, le sfumature emotive.

Mentalizzare implica inoltre riconoscere che la percezione dei propri e altrui stati mentali è fallibile e soggettiva, ossia solo una delle tante possibili.
Anche questo, spesso, non è affatto scontato.

In particolare, questa attitudine richiede un’alta tolleranza per l’ambiguità, tipica dei soggetti psicologicamente maturi: la capacità di restare presenti e pensanti in situazioni aperte, non strutturate, dove la realtà non offre risposte immediate ma chiede riflessione.

In senso stretto, mentalizzare significa rendere mentale qualcosa che inizialmente non lo è.

Eppure, i nostri ragazzi alle prime armi — e non di rado anche qualche genitore o paziente — mostrano serie difficoltà a farlo.
Questa funzione può essere scarsamente presente, quando non quasi del tutto assente, nei più giovani.
Ma talvolta anche in certi adulti.

Così, il primo problema che docenti, genitori e terapeuti si trovano ad affrontare è proprio un paradosso degno del “Comma 22”: più che educare la mente, dobbiamo prima provare a crearla, ma per crearla servirebbe già una funzione mentalizzante attiva, almeno nelle sue forme più evolute — quelle stesse che rendono possibile la formazione, la relazione e l’apprendimento.

Un paradosso appunto.

Questa, per chi educa e cura, è la sfida più profonda: imparare a pensare anche per l’altro, finché l’altro non sarà in grado di pensarsi da sé.

Chissà se chi ogni tanto legge questo blog si è mai trovato in un proprio “Comma 22” educativo o relazionale — in quella condizione in cui per insegnare, comprendere o aiutare qualcuno, ha dovuto prima creare lo spazio mentale, in questi, perché potesse davvero pensare e capire ciò di cui si voleva o si sarebbe voluto parlare.

Potrebbe interessarti

11 Luglio 2026

La stanza di Silvia

Probabilmente in ogni luogo di lavoro è così. Ancora di più se lavori in un ospedale. Ma se ti occupi di salute mentale ogni...

28 Giugno 2026

L’ultimo vassoio

Per trentasette anni, quasi ogni giorno lavorativo, ho pranzato nelle mense del Servizio sanitario nazionale. Adesso che il mio ultimo giorno di lavoro operativo...