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Il giudizio critico, i giovani ed i rischi per le democrazie “aperte”
Riflessioni a partire da un'articolo da "Educare al giudizio" di Maurizio Ferrera
Ragazzo e computer

Ieri Maurizio Ferrera dalla prima pagina del Corriere della Sera affronta un tema centrale nel discorso pubblico Ai giovani serve il “giudizio critico” – Maurizio Ferrera.

Per me centrale da almeno due punti di vista: la sopravvivenza delle nostre democrazie aperte e liberali per come le abbiamo conosciute in Europa dal dopoguerra, e lo sviluppo psicologico (ma anche fisico) dei nostri giovani. Non mi pare poco.

È di ieri la notizia che, se come temo verrà confermata, una bambina di 4 anni e mezzo muore, tra grandi sofferenze, di una malattia debellata da anni dal vaccino, per l’incosciente ignoranza dei genitori, convinti che al cugino sia venuto l’autismo per colpa del vaccino. Chi ha seminato consapevolmente, solo per fini elettorali, questa infezione del pensiero poi amplificata dai social e non solo, se esiste un inferno dovrà finirci. Ma purtroppo, a partire da questi genitori che di certo non auspicavano la morte della loro figlia, la maggior parte delle persone è vittima dei limiti (perché non ci sono solo vantaggi) delle nostre società aperte che si scontrano con i (grandi) limiti dei nostri processi emotivi-cognitivi. E il trattino che unisce non è certo a caso.

Ossia moltissimi si trovano senza quasi più alcuna intermediazione culturale, scientifica e purtroppo nemmeno politica affidabile. Perché sui processi storici Berlinguer e Almirante avrebbero litigato, ma di certo nessuno dei due avrebbe messo mai in discussione l’autorevolezza del modello scientifico e del suo sapere al punto da rifiutare i vaccini.

Inoltre, come osserva acutamente Ferrera, al cui ottimo articolo che ho linkato rimando:

“La democrazia liberale ha bisogno di cittadini in grado di comprendere il contesto, confrontarsi sui problemi, valutare le possibili soluzioni. Se queste capacità si indeboliscono, si sgretola la condivisione di un mondo comune, si amplificano le polarizzazioni e diventa più difficile convergere verso decisioni accettabili per tutti (ricordiamo il caso dei vaccini durante la pandemia)”.

Ma il nostro apparato emotivo-cognitivo è oramai sommerso da una quota enorme di informazioni e sollecitazioni che non è affatto in grado di processare. Un tempo il Telegiornale del primo canale (e ce n’erano solo due) era una sorta di “Vangelo” che orientava e rassicurava la nazione. Non rimpiango quel dominio democristiano dei principali asset informativi e culturali del Paese, ma fatico oggi, mi duole dirlo, a percepirli peggiori del caos e della confusione (che i populismi di destra e di sinistra alimentano) che si osservano tra le persone, nei talk, in balia di un oceano troppo grande, per chi non sa nemmeno nuotare in una vaschetta dove si tocca.

Non so spiegare diversamente la tragedia della bambina morta inutilmente a 4 anni e mezzo. Ma non solo. Questo discorso potremmo farlo per il clima, per l’ecologia, per molti stili di vita ed anche per non riconoscere se abbiamo o meno qualcuno di veramente ostile nei paraggi dei nostri confini. A partire da cosa scrive senza tema di smentita sempre Ferrera nel suo incipit.

Allora la questione di come vogliamo formare i nostri giovani diventa decisiva, oserei dire vitale per il futuro delle democrazie.

Ancora Ferrera:

“Quando la capacità di giudizio si indebolisce, la democrazia liberale rischia di ridursi a una competizione polarizzata fra identità e interessi ‘bruti’. Si finisce per confondere la vittoria della propria parte con la verità, il consenso con la giustizia, la competenza tecnica con la decisione politica. Si sgretola la cultura del pluralismo: riconoscere che l’avversario può avere torto, ma può anche avere una ragione che merita di essere ascoltata.”

E questo è sacrosanto, ma come se ne esce?

L’autore fa delle proposte che io condivido ma trovo insufficienti. Infatti sposta tutta la partita sulla formazione. Sulla scuola. Sì, ma non basta. Non si può caricare la formazione di risolvere tutti i problemi del mondo. Per quelli grandi e di sistema c’è la politica. Altrimenti diventa il facile gioco di chiedere sempre a un altro attore di fare il lavoro difficile per evitare di dover fare, noi, quello più sporco o quanto meno più complesso.

Se è sicuramente vero che, rompendo la stupida contrapposizione tra discipline scientifiche ed umanistiche, il giovane di domani dovrà sapere sia far di conto sia giudicare (non potendo delegare questo ad una calcolatrice e, men che mai, all’IA), manca il punto che precisi quali passi politici, dunque sociali e concreti si debbano fare in Italia come in tutta Europa, se vogliamo cittadini con il pensiero critico protetto dalla potenza e dalla violenza che, dentro di noi, si attivano anche grazie all’inondazione di (male) informazioni, e fuori di noi, Paesi che hanno in odio il sistema di democrazia aperto e liberale e ne usano le falle per attaccarlo. Costruendo teste di ponte persino convinti di fare del bene. Come i genitori che non vaccinano i loro bambini, o il governo che mette sotto processo Conte (mi tocca persino difendere il governo Conte 2) per la sua politica sui vaccini.

Allora questa enorme vulnerabilità della democrazia aperta va protetta. Forse dovremmo cedere maggiore sovranità ai nostri corpi intermedi. Aumentare con norme e leggi, sempre di più, l’intermediazione tra chi governa e chi è governato, ossia l’esatto contrario della disintermediazione che i vari populismi alimentano. Sempre più democrazia rappresentativa e meno diretta. Quelli che amano un uomo solo al comando che parla al “popolo”: mai lemma è stato così mal usato.

Aver attaccato violentemente tutte le élite facendole passare per “casta” ha prodotto sì consenso a qualcuno, ma soprattutto molto di quello che vediamo oggi. A cominciare da enormi ed irrazionali polarizzazioni in tutto il dibattito. Ovviamente le tante autocrazie, per non dire vere dittature, sia a noi vicine che a noi lontane, gongolano. Nel loro essere anche cleptocrazie violente si proteggono a vita dai loro cittadini mettendoli in un continuo stato di asservimento e di ignoranza.

Per come la vedo io, l’Europa in primo luogo deve difendersi in modo attivo e robusto da queste gravi infiltrazioni ed infezioni nel nostro tessuto democratico. Togliatti e De Gasperi, ma anche Berlinguer e Moro seppero trovare, in momenti topici del loro Paese e pur dentro una enorme dialettica politica, punti di accordo e di alleanza.

È evidente a tutti che noi oggi non abbiamo nessuno che possa nemmeno legare le scarpe ai quattro giganti politici che ho appena citato. E ne avremmo bisogno di altrettanti in Europa. Ma io non vedo alternative.

La continua polarizzazione dello scontro e del dibattito non porterà né più giudizio critico né più democrazia. Ma sempre meno.

 

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