Per trentasette anni, quasi ogni giorno lavorativo, ho pranzato nelle mense del Servizio sanitario nazionale.
Adesso che il mio ultimo giorno di lavoro operativo è alle spalle e che soltanto un mese di ferie mi separa dal congedo definitivo, mi accorgo che uno dei ricordi più vivi non riguarda un reparto, una riunione o una decisione importante. Riguarda un vassoio.
Avrò tempo, nei prossimi mesi, per riflettere sulla mia lunga esperienza nel sistema sanitario pubblico. Sul lavoro clinico, sulle responsabilità organizzative, sulle persone incontrate e sulle trasformazioni che hanno attraversato la sanità in questi decenni.
Oggi, invece, vorrei fermarmi su un dettaglio. Perché, molto spesso, sono proprio i dettagli a custodire i significati più profondi.
Dal 1990, anno in cui ho iniziato il mio percorso professionale nel Servizio sanitario nazionale, ho pranzato con regolarità nelle mense aziendali. Può sembrare un aspetto marginale della vita lavorativa. E invece, almeno per chi lavora in sanità, non lo è affatto.
La mensa è uno spazio in cui si rimane poco, raramente più di venti minuti. Eppure è un luogo di intensa vita relazionale, talvolta persino emotiva. Basta entrarci con gli occhi ancora curiosi e con un piccolo spazio mentale disponibile.
È uno di quei luoghi — come le piccole cucinette dei reparti o le macchinette del caffè nei corridoi — dove le barriere di ruolo si abbassano, le preoccupazioni cliniche o gestionali si allentano e prendono forma conversazioni che difficilmente potrebbero nascere altrove.
Sono conversazioni apparentemente leggere, ma spesso capaci di rivelare aspetti inattesi delle persone con cui lavoriamo ogni giorno. Piccole confidenze, passioni, intuizioni, modi diversi di guardare lo stesso problema. Svelare un interesse musicale oppure una idea di come fare il genitore. A volte, perfino idee nuove.
Per chi si occupa della salute degli altri, fisica o mentale che sia, tutto questo non è un semplice intervallo tra una riunione e l’altra. Fa parte della stessa condizione umana che ogni giorno siamo chiamati a incontrare nel nostro lavoro.
In quella scena quotidiana si ritrovano medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali, fisioterapisti, logopedisti, tecnici, ingegneri, biologi, amministrativi, avvocati dell’ufficio legale e molte altre professionalità. Persone molto diverse tra loro, accomunate però da un unico obiettivo: contribuire, ciascuna con il proprio sapere, alla cura delle persone.
Se è vero che lavorare nella sanità pubblica significa continuamente scambiarsi competenze, questo avviene quasi sempre all’interno delle rispettive aree professionali. Pediatri con ginecologi. Psichiatri con psicologi. Neuropsichiatri con terapisti della riabilitazione. Ogni disciplina dialoga soprattutto con le discipline più vicine.
La mensa rompeva questa regola.
Lì gli incontri erano casuali. Attorno allo stesso tavolo potevano sedersi un cardiologo, un chirurgo, un infermiere, uno psicologo clinico, un otorinolaringoiatra, un operatore socio-sanitario e un assistente sociale. Professioni lontane, esperienze diverse, punti di vista spesso imprevedibili.
È probabilmente questo che mi ha sempre affascinato di più.
In quei quindici o venti minuti di pausa ho imparato moltissime cose che nessun corso di formazione avrebbe potuto insegnarmi. Non soltanto conoscenze tecniche, ma modi differenti di leggere le persone, il lavoro e perfino la vita.
Per me è stata un’esperienza umana prima ancora che professionale.
Quando il gruppo comincia a pensare
Ovviamente non è sempre così.
C’è chi preferisce mangiare da solo, in silenzio. Oggi, sempre più spesso, con lo smartphone davanti. Anch’io, negli ultimi anni, forse perché arrivavo a pranzo più stanco e appesantito dalle responsabilità organizzative, indossavo le cuffiette e ascoltavo i miei podcast preferiti. I colleghi lo sapevano e rispettavano quel mio breve bisogno di stare con me stesso.
Ma per molti anni è stato diverso.
Anche quando portavo con me un quotidiano, finivo quasi sempre per metterlo da parte. Bastava una domanda, un commento, una battuta, e il tavolo diventava un luogo di conversazione. Scoprivo che quel collega era un appassionato di jazz, quell’altro collezionava orologi, un altro ancora aveva una figlia della stessa età della mia o stava affrontando un problema familiare simile al mio.
Erano conversazioni senza un programma. Nessuno aveva l’obiettivo di insegnare qualcosa agli altri. Eppure, quasi senza accorgercene, imparavamo.
Oggi, guardando a quegli anni con maggiore distacco, penso che in alcuni momenti si producesse qualcosa di particolare. Una forma di pensiero condiviso che gli psicoanalisti hanno descritto molto meglio di quanto io sappia fare.
Wilfred Ruprecht Bion, uno dei più importanti psicoanalisti del Novecento, ha dedicato una parte importante del suo lavoro proprio a comprendere come pensano i gruppi.
Due concetti mi sembrano particolarmente adatti a descrivere ciò che talvolta accadeva attorno a quei tavoli.
Il primo è la negative capability, l’espressione ripresa dal poeta John Keats, che indica la capacità di sostare nell’incertezza senza avere l’urgenza di trovare subito una risposta.
Il secondo è il Work Group, il gruppo di lavoro capace di pensare insieme invece di limitarsi a difendersi dall’ansia o dal conflitto.
Naturalmente nessuno, seduto a tavola, aveva in mente Bion.
Eppure, qualche volta, sembrava che quelle condizioni si realizzassero spontaneamente.
Le conversazioni rimanevano aperte. Nessuno sentiva il bisogno di avere l’ultima parola. Le idee passavano da una persona all’altra, si modificavano, si arricchivano. La curiosità aveva più spazio delle conclusioni.
A distanza di anni mi sembra che fosse proprio questa la qualità più preziosa di quei momenti: il pensiero rimaneva “insaturo”. Non era necessario chiudere ogni discussione con una soluzione. Bastava continuare a esplorarla.
Lo psicoanalista Claudio Neri, che ha dedicato molti studi ai gruppi, descrive situazioni nelle quali diminuisce la pressione a convincere, interpretare o risolvere, mentre aumenta la capacità di lasciar emergere immagini, associazioni e intuizioni condivise.
È una descrizione nella quale, ancora oggi, riconosco molte delle conversazioni nate attorno ai tavoli della mensa.
Bion sosteneva che la mente diventa più creativa proprio quando rinuncia, almeno per un momento, al bisogno di controllare tutto. È un’idea sorprendentemente attuale, che oggi trova consonanze anche nelle neuroscienze della creatività e nella teoria dei sistemi complessi.
Forse è anche per questo che continuo a pensare con gratitudine a quelle pause. Non erano semplicemente intervalli tra una riunione e l’altra. Erano piccoli laboratori di pensiero, nati senza che nessuno avesse deciso di costruirli.
Naturalmente non era sempre così. Ma ogni tanto è stato così. E non è poco.
L’ultimo vassoio
C’è un ultimo dettaglio che mi piace ricordare.
In tutti questi anni ho osservato una scena che, prima o poi, è capitata quasi a tutti. Finito il pranzo, si va a riporre il vassoio negli appositi supporti verticali. Basta un piatto appoggiato male, un bicchiere sporgente o un gesto appena più frettoloso del solito e, all’improvviso, tutto finisce rumorosamente a terra.
Per qualche secondo cala il silenzio.
Poi qualcuno sorride, qualcun altro aiuta a raccogliere i piatti e il piccolo incidente diventa uno di quegli episodi che si dimenticano in fretta.
Ogni volta pensavo che, prima o poi, sarebbe capitato anche a me.
Con il passare degli anni questa è diventata quasi una battuta ricorrente con i colleghi. Dicevo, scherzando, che il mio obiettivo era arrivare alla pensione senza aver mai rovesciato un solo vassoio. Un record del tutto inutile, naturalmente, ma che mi avrebbe divertito conservare.
Negli ultimi tempi, forse anche inconsciamente, mi accorgevo di infilare quel vassoio con una cautela sempre maggiore.
Poi è arrivato l’ultimo giorno.
Una collega logopedista si è prestata a scattare una fotografia proprio mentre stavo riponendo il vassoio. È l’immagine che accompagna questo articolo.
Ho deciso di eliminare la mia figura dalla fotografia.
Non per nascondermi.
Ma perché, riguardandola, mi sono accorto che il vero protagonista non ero io.
Era quel vassoio.
Rimasto sospeso per un istante.
Come sospeso, in tanti momenti della mia vita professionale, è stato anche un particolare modo di pensare.
Quello che, senza saperlo, ho incontrato tante volte attorno ai tavoli di una mensa.
Un pensiero che non aveva fretta di concludere.
Che non cercava sempre una risposta immediata.
Che lasciava spazio alla curiosità, all’ascolto, perfino al dubbio.
Ripensandoci oggi, credo che una parte importante della mia formazione professionale sia passata anche da quei venti minuti quotidiani.
Non dentro un’aula universitaria.
Non durante un congresso.
Ma davanti a un vassoio, condividendo il pranzo con persone che svolgevano lavori diversi dal mio e che, proprio per questo, mi hanno insegnato a guardare le cose da prospettive differenti.
È strano come, alla fine di un lungo percorso, siano spesso i dettagli più semplici a custodire il significato dell’intera storia.
L’ultimo vassoio è rimasto sospeso solo per una fotografia. Quel particolare stato della mente, invece, spero di continuare a cercarlo ancora a lungo.
Primo articolo di una serie dedicata ai luoghi, alle persone alle esperienze ed alla condizione umana che hanno accompagnato il mio lavoro nel Servizio sanitario nazionale.