Probabilmente in ogni luogo di lavoro è così. Ancora di più se lavori in un ospedale. Ma se ti occupi di salute mentale ogni stanza, ogni ambulatorio, è uno spazio di pensiero.
Quasi sempre, per i motivi più vari, ce ne sono alcune dove ci si ritrova più spesso a pensare, a farlo insieme, a volte anche un po’ compressi. Al netto di quella del direttore, dove è inevitabile (ed istituzionale) farlo, visto che ogni problema importante, prima o poi, finisce per confluire lì.
Nella mia esperienza quella stanza ha un nome ed una funzione precisa: la stanza di Silvia.
È, paradossalmente, una delle più piccole e nascoste della nostra unità. Ma con una sua specificità. Non è solo una stanza dove si affrontano temi di lavoro. È un luogo dove io facevo (ormai devo usare il passato) uno dei miei più importanti esercizi psichici anti-stress.
Infatti Silvia non è solo una bravissima psicologa clinica, né soltanto la coordinatrice del gruppo multiprofessionale che si occupa di disabilità intellettive, disturbi dell’apprendimento e del neurosviluppo. Con tutto quello che questo oggi comporta e con tutta la complessità di una casistica che, di certo, non è mai “pura” ma spesso anche intrisa di vicende sociali. È una collega con un interesse particolare per il mondo, per la società, per la politica, per gli aspetti culturali che impattano sulla nostra casistica ma anche su tutti noi come comunità civile.
Quando arrivai colsi subito questo suo tratto e, in poco tempo, entrai in sintonia con codici e registri che sentivo profondamente anche miei. Quelli per cui occuparsi di salute, soprattutto di salute pubblica, ed ancor di più di salute mentale pubblica, non può essere un lavoro che fai senza esserti posto, prima, durante e persino dopo la tua clinica, domande sul significato delle nostre scelte e su come queste incidano nel mondo: come individui, come gruppi, come istituzioni, come società.
In questo, Silvia ha trascinato anche molti colleghi strutturati, già naturalmente inclini a questo modo di pensare, e naturalmente anche i tirocinanti e gli specializzandi. Così, quando entravo nella sua stanza e ne trovavo qualcuno accanto a lei, domandavo subito se avessero visto l’ultimo telegiornale, se si fossero fatti un’opinione su quello o quell’altro fatto di cronaca, guardando Silvia con aria complice e dicendo loro che, se non fossero stati preparati, la loro tutor li avrebbe interrogati di nuovo.
Così, quando le varie colleghe si ritrovavano nella sua stanza o in quella più grande di altre, ciascuno con il proprio piccolo e frugale pranzo, quasi sempre non resistevo e facevo un salto per sentire di cosa stessero parlando. Quasi sempre di lavoro, ma sempre collocandolo dentro un ragionamento più ampio. A volte con più leggerezza, altre con più passione, ma difficilmente si ascoltava qualcosa di banale. Semmai c’era tanta ironia ed autoironia, dimensioni psicologiche che mi sono care e che, in qualche modo, con la mia presenza cercavo anch’io di alimentare.
Era questa possibilità di parlare di noi ma anche del mondo, prendendo ogni tanto un po’ di distanza o anche prendendoci un po’ in giro, uno dei più importanti fattori di protezione e prevenzione dello stress lavoro-correlato che io, in quelle stanze, ricercavo e cercavo di attivare.
Col tempo mi sono accorto che quella stanza non era importante solo per Silvia. Lo era soprattutto per ciò che vi accadeva dentro. Silvia era una delle persone in cui quello spirito si riconosceva con maggiore immediatezza, ma quel modo di discutere, di interrogarsi, di allargare continuamente lo sguardo apparteneva anche ad altre colleghe e colleghi della nostra unità, ciascuno con il proprio stile. Forse è anche per questo che, quasi senza accorgermene, quella stanza è diventata per me un luogo simbolico.
La stanza di Silvia non è stata solo il mio, pur importante, anti-stress. Era ed è uno spazio simbolico di resistenza civile a un mondo che sembra fare acqua da tutte le parti. Uno spazio di resistenza proprio perché lontano mille miglia dagli slogan, dalle facili ipersemplificazioni, da quel bisogno sempre più diffuso di ridurre problemi complessi a risposte semplici.
Non passava quasi mai giorno che non ci facessi una visitina. A volte bastava uno sguardo per ridere, oppure per sgomentarci, dello stesso tema.
Così un convincimento che avevo già da giovane, dopo tanti anni di lavoro, me lo porto oggi ancora più rinforzato. Se vuoi fare bene lo psicologo clinico, ma anche lo psichiatra o il neuropsichiatra dell’infanzia e dell’adolescenza, devi leggere e interessarti di tutto. Non solo di medicina. Non solo di psicologia. Devi essere curioso della condizione umana perché, in un modo o nell’altro, ci riguarda.
È questo che, nel mio piccolo, cerco di trasmettere anche agli studenti del corso che tengo all’Università di Pisa. Allargate i vostri orizzonti. Leggete. Studiate. Fatevi domande che vadano anche oltre le pur appassionanti scienze psicologiche. Perché uno psicologo non incontra semplicemente dei sintomi: incontra persone immerse nella loro epoca, nella loro cultura, nella loro storia.
Ecco perché la stanza di Silvia, almeno per me, è diventata il nome di qualcosa che va oltre Silvia stessa. È il nome che ho dato a un modo di lavorare che, con caratteristiche diverse, ho ritrovato anche in altre colleghe e colleghi della nostra unità.
Ogni servizio dovrebbe avere una o più “stanze di Silvia”: luoghi dove, oltre ai casi clinici, si coltivano il pensiero, la curiosità, il dubbio e il confronto civile. Io ho avuto la fortuna di lavorare in un servizio che, in fondo, di queste stanze ne aveva più di una. Forse ho avuto anche il merito di riconoscerle, proteggerle e incoraggiarle. Perché, se chi si prende cura degli altri non trova anche uno spazio dove continuare a pensare, ma in modo autentico, insieme agli altri, prima o poi rischia di smettere di prendersi cura anche di sé. E senza questa cura diventa molto più difficile prendersi davvero cura di qualcun altro.
Serie dedicata ai luoghi, alle persone e alle esperienze che hanno accompagnato il mio lavoro nel Servizio sanitario nazionale.