Ci sono situazioni, nella scuola come nella vita familiare, che sembrano costruite come un “paradosso del Comma 22”: per educare davvero un bambino o un ragazzo, dovremmo poter contare su una funzione mentale che spesso, in lui, non è ancora formata.
È una contraddizione che ogni insegnante, genitore o terapeuta incontra prima o poi: come trasmettere pensiero a chi non ha ancora pienamente sviluppato la capacità di pensare se stesso e gli altri?
Sto preparando un paio di brevi seminari per una scuola: uno rivolto ai docenti e uno ai genitori.
La prima cosa di cui parlerò sarà proprio questo paradosso, ispirato al famoso romanzo Catch-22 di Joseph Heller, pubblicato nel 1961.
Il libro rappresenta una feroce critica alla struttura militare e alla guerra, raccontando le vicende di un gruppo di aviatori statunitensi durante la Seconda guerra mondiale.
Nel romanzo, i regolamenti a cui i piloti erano soggetti contenevano il celebre Comma 22, che recitava così:
«Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo,
ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo.»
Ora, fare il docente, ma anche il genitore e ovviamente lo psicoterapeuta, obbliga a confrontarsi con un costrutto centrale: la mentalizzazione.
La capacità di mentalizzare — cioè di avere una propria teoria della mente e una correlativa funzione riflessiva — comporta soprattutto la capacità di riconoscere che qualcun altro ha una mente diversa dalla nostra.
E questo non è affatto scontato.
Significa anche saper inferire cosa accade nella mente di un’altra persona attraverso il suo linguaggio non verbale, il tono della voce, i silenzi, le sfumature emotive.
Mentalizzare implica inoltre riconoscere che la percezione dei propri e altrui stati mentali è fallibile e soggettiva, ossia solo una delle tante possibili.
Anche questo, spesso, non è affatto scontato.
In particolare, questa attitudine richiede un’alta tolleranza per l’ambiguità, tipica dei soggetti psicologicamente maturi: la capacità di restare presenti e pensanti in situazioni aperte, non strutturate, dove la realtà non offre risposte immediate ma chiede riflessione.
In senso stretto, mentalizzare significa rendere mentale qualcosa che inizialmente non lo è.
Eppure, i nostri ragazzi alle prime armi — e non di rado anche qualche genitore o paziente — mostrano serie difficoltà a farlo.
Questa funzione può essere scarsamente presente, quando non quasi del tutto assente, nei più giovani.
Ma talvolta anche in certi adulti.
Così, il primo problema che docenti, genitori e terapeuti si trovano ad affrontare è proprio un paradosso degno del “Comma 22”: più che educare la mente, dobbiamo prima provare a crearla, ma per crearla servirebbe già una funzione mentalizzante attiva, almeno nelle sue forme più evolute — quelle stesse che rendono possibile la formazione, la relazione e l’apprendimento.
Un paradosso appunto.
Questa, per chi educa e cura, è la sfida più profonda: imparare a pensare anche per l’altro, finché l’altro non sarà in grado di pensarsi da sé.
Chissà se chi ogni tanto legge questo blog si è mai trovato in un proprio “Comma 22” educativo o relazionale — in quella condizione in cui per insegnare, comprendere o aiutare qualcuno, ha dovuto prima creare lo spazio mentale, in questi, perché potesse davvero pensare e capire ciò di cui si voleva o si sarebbe voluto parlare.