Attratto da un profondo articolo di Barbara Stefanelli sul Corriere della Sera “La memoria del dolore degli altri”, nato dall’apparente indolore e persino rispettosa scelta (le vittime non dovrebbero essere calpestate) di spostare le “pietre d’inciampo” a Heidenau, in Sassonia, su richiesta di esponenti locali di AfD e CDU, voglio sviluppare una riflessione.
Come si comprenderà presto, questa scelta di “dislocare” in luoghi più periferici della città e non proprio davanti alle abitazioni dove, per l’ultima volta, quella persona ricordata nella pietra aveva vissuto prima di essere deportata in un campo di concentramento, ha un significato più sottile. Mentre per l’ideatore di queste opere, Gunter Demnig, lo scopo è di costringerci a incontrare una persona deportata mentre compiamo un gesto quotidiano: usciamo di casa, andiamo al tram, compriamo il pane. Spostare quel ricordo in un luogo specificamente dedicato alla memoria significa renderlo evitabile.
Da questa notizia si può sviluppare un importante tema psicologico. Tema di cui la letteratura di psicologia sociale si è occupata con una robustezza di evidenze scientifiche tale da rendere utilizzabile e drammaticamente odierno il costrutto che ci sta dietro, quello di competitive victimhood (vittimizzazione competitiva). Per esempio, è più importante il dolore delle vittime della Shoah? Del 7 ottobre? Di Gaza? E perché anche nel discorso pubblico attuale appare così decisivo doverlo stabilire? Ma soprattutto, ha senso e a cosa serve questa graduatoria?
La competitive victimhood è definita in psicologia sociale come la tendenza dei membri di gruppi in conflitto a sostenere che il proprio gruppo abbia sofferto più dell’altro. Non significa semplicemente ricordare le proprie vittime: implica una comparazione competitiva delle sofferenze.
A questo si aggiunge una competizione per il riconoscimento per cui si deve stabilire che “Abbiamo sofferto più di voi” oppure “La vostra sofferenza riceve un riconoscimento che alla nostra viene negato”.
Così la risorsa percepita come scarsa non è necessariamente l’empatia in sé; può essere il riconoscimento pubblico dello status di vittima. E su questo si danno battaglia tutti i supporter di quella o di quell’altra tesi. Sui social e non solo.
Ma dove sta scritto che la “memoria del dolore” debba essere a somma zero? Così che se si assegna troppa memoria a qualcuno la si sottrae a qualcun altro.
Barbara Stefanelli richiama da una parte la quinta stagione TV di Fauda (Netflix), riscritta dopo il 7 ottobre. Due episodi ricostruiscono i massacri nei kibbutz e al rave; il trauma israeliano occupa il centro dell’inquadratura. Gaza rimane sostanzialmente fuori campo.
Dall’altra, osserva, c’è Naza, documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, costruito attraverso testimonianze anonime di militari e membri dell’intelligence israeliana e concentrato sulle vittime civili palestinesi e sui meccanismi con cui vengono individuati gli obiettivi militari. Le vicende del popolo ebraico e del 7 ottobre fuori inquadratura.
Stefanelli non stabilisce quale delle due narrazioni sia quella “giusta”. Le utilizza per mostrare due inquadrature che includono alcune vittime e ne lasciano altre ai margini.
Così le reazioni del pubblico, scrive sempre la giornalista, seguono le stesse linee, si fermano sulle stesse frontiere. Chi ha pianto davanti a quella stanza inutilmente blindata in un kibbutz di Sderot, con i fratelli uccisi, la madre stuprata e poi giustiziata ha dunque liquidato Naza come “propaganda”. Chi ha applaudito il coraggio di Naza nel “misurare il genocidio” e ha trovato indecente che Fauda non includesse Gaza nel perimetro della tragedia.
Così ognuno, in questa competitive victimhood, può anche dire di vedere il dolore degli altri, ma “spingerlo lungo i bordi dell’inquadratura e del proprio campo morale”.
Ed è qui che diventa prezioso il punto teorico della “memoria multidirezionale” che l’autrice richiama con lo studioso Michael Rothberg.
Partiamo dal modello che Rothberg vuole contestare.
Immaginiamo che nello spazio pubblico esista una quantità limitata di attenzione, riconoscimento e memoria. Se dedichiamo molta attenzione alla Shoah, ne rimarrà meno per lo schiavismo, il colonialismo, il razzismo o altri genocidi.
Rothberg chiama questa impostazione “competitive memory”, memoria competitiva. La memoria collettiva viene trattata come una risorsa scarsa e quindi come un gioco a somma zero.
Ma confrontare non significa equiparare
È probabilmente il punto sul quale Rothberg è stato spesso frainteso.
La memoria multidirezionale non sostiene che tutti i traumi storici siano equivalenti. Anzi, il confronto presuppone che gli eventi conservino la propria specificità. Senza sostenere che abbiano stesse cause, stessa struttura, stessa intenzionalità o stessa portata storica.
Ma il passo in avanti, peraltro psicologicamente utile, è superare questo limite dicotomico ossia passare da:
Competitive memory
“Se nello spazio pubblico cresce la memoria del tuo trauma storico, sembra diminuire lo spazio disponibile per il mio.”
a
Multidirectional memory
“Il ricordo della tua sofferenza può invece fornirmi strumenti per comprendere anche la mia, e viceversa.”
Richiede piuttosto la capacità di mantenere contemporaneamente rappresentazioni differenti:
“la mia sofferenza è reale”
e
“anche la tua sofferenza è reale”
senza che la seconda proposizione distrugga la prima.
A chi si occupa anche di clinica e di psicologia della famiglia non sfuggirà quanto nei nostri studi di consultazione questo problema tra due coniugi sia spesso drammaticamente presente. Come incapacità di riconoscimento reciproco.
Ma tornando anche ai nostri drammi internazionali, il vero perno teorico dell’articolo di Stefanelli è corretto: ossia tenere contemporaneamente nel campo mentale due sofferenze senza essere costretti né a equipararle né a espellerne una.
Ed è esattamente di questo che avrebbe tanto bisogno il discorso pubblico, invece che di continue e radicali polarizzazioni.
Inoltre, per chi viene come me dalla clinica psicologica e psicopatologica, mettere Rothberg in dialogo con costrutti clinici come la “mentalizzazione” di Fonagy, ossia con la capacità di mantenere rappresentazioni multiple e non coincidenti della mente propria e altrui, appare un passo importante. Sia nel micro che nel macro sociale. Ogni processo educativo micro, meso e macro, che favorisca queste attitudini, dovrebbe essere alimentato in ogni dove.
Perché la Shoah, Gaza, il 7 ottobre hanno origini, dimensioni, agenti, responsabilità, contesti propri e diversi, ma, citando testualmente la chiusa dell’articolo del Corriere della Sera: “La riconciliazione o anche solo il riavvicinamento cominciano, però, quando il dolore degli altri smette di essere percepito come una minaccia alla memoria del tuo, quel tuo dolore che custodisci – giustamente – come sacro e vitale. La memoria che ti ridesta è quella in cui incespichi e ti sconcerta. Alle pietre di Demnig bastano 10 centimetri per 10.”
Abbiamo bisogno di più memoria e non di meno. Perché non si rileva da nessuna ricerca o esperienza che questo danneggi qualcuno. Anzi.