Cito spesso un mio caso di molti anni fa. Un diciassettenne che aveva visto bene di fare il “palo” ad una rapina in banca. Quando i servizi sociali minorili me lo inviarono erano già passati diversi mesi ed aveva già affrontato un processo ed una messa alla prova. In questa “messa alla prova” c’era anche l’obbligo di fare dei “colloqui” con me.
Veniva da una regione del sud, ed era salito da uno zio per cercare lavoro. Zio muratore. Ma lui aveva pensato che fosse più semplice i soldi prenderli in banca direttamente. Ma non per modo di dire. Quando lo confrontai su questo aspetto, il concetto che quei soldi anche se lì parcheggiati fossero intrisi del sudore di qualche muratore come suo zio, sembrò che lo ascoltasse per la prima volta. Quando invece gli chiesi perché non chiedesse soldi a chi lo stava ospitando, rispose che non voleva creare problemi. Dunque un assetto morale, a suo modo, lo presidiava dall’interno.
Erano la metà degli anni novanta, non esistevano i social, questo tipo di giovane deviante ha molto poco a che fare con i devianti che spaccano le vetrine per le Nike. Lui, per primo, non li capirebbe.
Penso, e non da ora, che i più grandi esperti di questi fenomeni siano i preti. Ma non dei preti qualsiasi, quelli che come don Rigoldi o don Burgio operano presso istituti di pena e rieducazione per minori, come il Beccaria di Milano. Mossi anche dalla fede, mettono nel loro fare e nel loro impegno quasi certamente qualcosa di più di chi, come me, svolge delle pur importanti professioni di aiuto. Così alle loro interviste farò spesso riferimento.
don Claudio Burgio, cappellano da ventun anni al Beccaria, ha parlato con molti dei ragazzi portati dalla polizia al Centro di prima accoglienza – dove viene esaminata la posizione dei fermati prima dell’eventuale convalida da parte del giudice – dopo lo scorso weekend di violenze e saccheggi nel capoluogo lombardo. E si è fatto idee precise su di loro, forte di una lunga esperienza sul campo: «Sono giovanissimi che appartengono a vari ceti sociali, non è una situazione che riguarda soltanto gli italiani di seconda generazione. Certo ci sono anche loro, ma anche tanti italiani di buona famiglia, con i genitori molto imbarazzati nel momento in cui se li sono trovati al Beccaria». (tratto da La Stampa del 24 ottobre 2026 che riprenderò anche più avanti).
Allora cominciamo da qui. La povertà educativa fa danni enormemente più grandi della sola povertà economica. Se è vero che spesso correlano ci sono anche famiglie povere che fanno grandi sforzi educativi e benestanti che ne sono incapaci.
Attingendo ancora alla mia casistica ho a memoria un adolescente violento e problematico con genitori egiziani. Metteva in gran difficoltà la scuola superiore che frequentava. Il caso finisce anche al mio servizio e viene descritto come complesso anche a causa di questi genitori egiziani con cui sembrava difficile avere a che fare. Ma quando il padre, che invece coglieva in una certa ambiguità e poca coerenza sia della scuola sia dei servizi sociali, un meccanismo anti-educativo, capisce che può contare, grazie al nostro aiuto, su una regia e un sostegno costante diventa il nostro primo alleato. Va a scuola ogni volta che viene chiamato ed è il primo a contenerlo e a confrontarlo. Ma, vale per un figlio di italiani e di egiziani, regia adulta e coerenza educativa, se non vengono esibite, nulla funziona. Qualunque sia l’etnia di riferimento. Qualunque sia il ceto sociale di riferimento.
Cosa sappiamo di un contesto educativo che favorisca salute, sviluppo psichico?
Sappiamo parecchie cose. Per esempio che si cresce dentro relazioni dove ci si sente non solo visti, ma anche pensati. Non solo controllati, ma anche guidati ad una riflessione condivisa. Sappiamo che l’adulto appare efficace quando mostra un tasso accettabile di coerenza. Quando permette e legittima anche il conflitto generazionale, ma mostra come si possa sopravvivere e riparare anche le inevitabili rotture relazionali. E come, dopo una riparazione, una rinegoziazione del rapporto, si possa persino uscire accresciuti nella qualità relazionale. Ma perché se ne possa uscire anche migliori bisogna che ci sia almeno “un adulto nella stanza” a gestirlo, a pensarlo, ad amministrarlo, quel conflitto. Tutto il contrario di non ammetterlo rigidamente con la fantasia di mostrare punizioni esemplari, oppure, come oggi accade molto più spesso, evitandolo. Lasciando l’adolescente solo con sé stesso. Anzi, solo con le sue piattaforme social.
Di fatto, come dice don Rigoldi altro prete del Beccaria, crescono, «figli di nessuno», diventano «figli dei media, di TikTok». Qualcuno li educa comunque in realtà. Perché come non esiste neutralità nella comunicazione, o nella politica (una posizione la prendiamo sempre con effetti conseguenti) non esiste nemmeno la neutralità educativa. E su questo punto incontestabile dovremmo riflettere parecchio. Poi fare anche qualcosa di correlato alla riflessione.
Si cresce dentro contesti che siano un mix armonico di affettività e regole. Contesti familiari ma non solo. Un prete, un capo scout, un allenatore di calcio o di pallavolo, possono, se hanno pensiero educativo in mente compensare anche gli inevitabili limiti delle famiglie. Non sostituirsi, ma fare piccole integrazioni che possono fare la differenza.
Un allenatore che davanti ad un ragazzo che sbaglia in partita un gesto, un fondamentale, ha come stile di urlare, di arrabbiarsi, di mortificarlo non solo non favorisce alcun apprendimento ma probabilmente lo perderà. Un altro che davanti allo stesso errore lo guarda senza rabbia e gli dice: rifletti un attimo, come potevi farlo meglio? Permette apprendimento in una cornice non giudicante o mortificante. Lo fidelizzerà.
Ma questa architettura educativa riguarda tutti noi ogni volta che ci troviamo davanti allo “sbaglio” del giovane o giovanissimo che abbiamo per le mani. Fossimo anche solo genitori. Ma i genitori non possono essere l’unica sorgente pedagogica.
Così lo sport potrebbe coinvolgere anche ragazzini poveri, in quartieri poveri. Ma ci vuole pensiero. Sia nel proporlo, sia nell’avvicinare le famiglie. Qui la scuola potrebbe essere il grande “mediatore” sociale, accettando questo ruolo che è dunque non solo quello di trasmissione del sapere, ma rete centrale per la socialità.
Ma scuole che funzionano e proposte o impianti sportivi che funzionano costano. E non possiamo confidare solo nei pur insostituibili preti alla don Burgio o don Rigoldi, mossi da molto di più che il solo emolumento. Abbiamo dunque bisogno di una scuola diffusa e di docenti ben formati e dunque ben pagati. Perché quei soldi allo Stato torneranno tutti indietro con gli interessi, per i danni non fatti, per le vite e le cose non spezzate. In un meccanismo virtuoso.
Ma nel frattempo cosa osserviamo nella scena e nel passaggio generazionale?
I loro nonni avevano probabilmente fatto battaglie, lotte per la fame. Questi sembrano lottare per la fama. E come ci insegna la clinica della psicologia delle famiglie, se vogliamo capire qualcosa di un comportamento bizzarro, deviante, tocca avere in mente almeno tre generazioni. Non solo gli strumenti che sono cambiati, ma anche le forme dell’autorità, le aspettative dei genitori, i modi di trasmettere regole e desideri. E cosa possa essere successo in quei passaggi fino all’ultima.
Dunque, se penso a cosa deve essere accaduto dai nonni ai nipoti passando per i loro padri, una delle immagini più impressionanti è il passaggio dalla generazione del telefono grigio in bachelite allo smartphone di ultima generazione. Con poco nel mezzo. Ossia da uno strumento che ha la complessità di uno schiaccianoci a uno che ha quella di un’astronave per la luna. Messo nel palmo di mano di un tredicenne. Ma, soprattutto, ed è questo il problema centrale, lasciando a volte, anche solo per praticità, quel tredicenne con il suo cellulare notte e giorno, senza accompagnarlo abbastanza nella comprensione di ciò che incontra.
Il dibattito su quanto siano dannosi per la psiche i device non si esaurisce certo qui. Ma forse una domanda educativa decisiva è questa: che cosa accade quando consegniamo strumenti così complessi a ragazzi ancora in formazione e li lasciamo spesso soli, persino precocemente, con quella roba in mano? Il problema non è soltanto lo strumento in sé, ma anche la qualità delle relazioni che ne accompagnano l’uso. A volte manca proprio il tentativo di mentalizzare, ossia di tenere nella nostra mente gli effetti possibili, nella mente dei nostri figli, delle nostre scelte. Pratiche pedagogiche talvolta involontarie e solo apparentemente indolori.
Anche la generazione dei loro nonni ha dovuto affrontare l’attrito del vivere, la durezza, ha dunque sviluppato ed alimentato ideologie, costruito forme di lotta sociale fino persino al terrorismo. Ma era una violenza con un progetto. Non una violenza nel vuoto pneumatico e con un fine prevalentemente predatorio. Ma perché questi sembrano a volte solo predare?
Dal gruppo al branco
Se la generazione dei padri, senza gli smartphone in mano, anche se con i computer e non più solo con i telefoni in bachelite, era più spesso costretta a incontrarsi attraverso lo sguardo umano, i corpi e le piazze in cui riconoscersi, oggi una parte crescente delle relazioni tra pari passa anche attraverso le piattaforme digitali. La tendenza a quella che gli psicologi sociali chiamano “diffusione di responsabilità” (ossia il processo per cui, quando un gruppo compie qualcosa di male, ogni singolo membro può sentirsi meno personalmente responsabile) esisteva anche prima. Ma alcune condizioni della comunicazione online, come la distanza dall’interlocutore, l’anonimato possibile e la rapidità del rinforzo reciproco, possono accentuare disinibizione e aggressività. Non è necessario che una piattaforma produca da sola comportamenti predatori: può diventare uno dei luoghi in cui certi modi di trattare gli altri vengono provati, condivisi e premiati, anche nel comodo della propria camerina.
Del resto persino gli adulti e vaccinati cadono spesso in queste trappole. Valga come esempio il lavoro di querele e richieste di risarcimento economico che il prof. Burioni ha raccontato di aver intrapreso per le tante calunnie e gli insulti ricevuti pubblicamente sui social. Adulti aggressivi e violenti verbalmente nei modi più vari nei suoi confronti. Il professore ha pubblicato sulla sua pagina anche risposte e scuse, a volte si sono proprio umiliati quasi chiedendo pietà, alcuni di questi ex “leoni da tastiera”, dopo il confronto con gli avvocati e le richieste di danni. Cosa può essere successo? L’avrebbero offeso in un pub o a una conferenza? Probabilmente no, ma la distanza dello schermo può rendere più facile dire ciò che faccia a faccia verrebbe trattenuto. E se questo riguarda gli adulti; figuriamoci bambini e adolescenti, ancora impegnati a costruire le proprie capacità di regolazione e di comprensione dell’altro.
Così il passaggio da un funzionamento gruppale tra adolescenti che può offrire appartenenza, riconoscimento reciproco, sostegno emotivo e opportunità di differenziazione individuale a uno con funzioni più primitive e antisociali può trovare oggi anche nuovi ambienti di rinforzo. Naturalmente le piattaforme social possono anche sostenere amicizie, solidarietà e gruppi sani. In determinate condizioni, però, possono amplificare dinamiche bullizzanti, antisociali o predatorie già presenti nelle relazioni tra pari.
Così un gruppo, più o meno indefinito, può arrivare in piazza avendo già costruito online aspettative, complicità e approvazioni reciproche, e assumere lì un funzionamento da “branco”. Nessun mezzo è neutro. Tantomeno il digitale. Può dunque aver contribuito a preparare e rinforzare quella particolare cornice mentale in ragazzi predisposti o vulnerabili.
Il problema non è che nel branco scompaiano i legami affettivi, ma che questi possano essere organizzati intorno a pratiche antisociali. Il gruppo può diventare un luogo nel quale si riceve approvazione non quando ci si prende cura dell’altro, ma quando lo si umilia, lo si aggredisce o si partecipa alla sua esclusione. È il rinforzo reciproco della devianza: si ride, si riprende, si ottiene riconoscimento per ciò che ferisce un altro. A questo può aggiungersi la diffusione della responsabilità: ciò che da soli apparirebbe inaccettabile viene vissuto come meno grave perché lo fanno tutti. E può intervenire anche il disimpegno morale, quando si minimizza il danno o si smette di riconoscere pienamente la vittima. Ma anche quando ci si allinea in comportamenti antisociali dai vantaggi immediati, come saccheggiare negozi di beni desiderati, facendo deragliare un pensiero morale già probabilmente indebolito. Ho memoria di pazienti adolescenti bullizzati ma che, in realtà, avevano la stessa forma mentis dei bullizzanti, e che si rimproveravano di non avere la stessa capacità o forza di essere come loro.
Allora usiamo ancora le parole di don Burgio: «Ne esce un quadro avvilente, non sono affatto mossi da questioni politiche, sono evidentemente convocati online a vivere situazioni di massa. E hanno un senso di impunità e uno spiccato senso predatorio: mostrano una grande ignoranza sia delle leggi dello Stato che delle regole di convivenza civile». E quando viene chiesto al Cappellano cosa li ha spinti allora? Risponde: «Una sorta di compulsività predatoria, la caccia ai simboli di opulenza, di piaceri consumistici e di divertimento. Oggi l’assalto ai forni non lo si fa per fame, ma per fama. Sono azioni di non senso, nessuna questione ideologica ma proprio questo senso predatorio per vestiti e oggetti».
Ma forse la domanda più importante a cui risponde il sacerdote è quando gli viene richiesto se hanno consapevolezza della gravità di quanto hanno fatto, ecco la risposta: «Secondo me non lo capiscono davvero, erano molto frastornati, scossi, piangenti, per essersi trovati in una situazione imprevista. Molti dicevano di non capire perché fossero stati fermati, dicevano che era perché passavano di lì per curiosità. In realtà, messaggi e convocazioni giravano da giorni sui cellulari». Per poi concludere amaramente che (…) «Sono ragazzini molto soli e i social sono ormai padroni della loro psiche. Si può dire che la voce dei social per loro è molto più forte di quella degli adulti».
Dunque abbiamo sia un problema psicologico che uno politico
Qualcuno ha scritto non è vero che la lotta di classe non c’è più, è che l’abbiamo vinta noi. Temo che ci possa essere qualcosa di vero. Nel senso che un certo capitalismo ed il consumismo, sembra aver vinto decisamente sul comunismo. Ma al netto dei richiami politici e qui per forza ipersemplificati, tocca valutare che anche per crescere un uomo con un pensiero critico, questi deve avere una qualche forma di armonia affettivo-relazionale. Di sola rabbia, nichilismo o predazione si vive, e male anche lì, nella giungla. Credo ne fosse consapevole persino Karl Marx.
Come ho già richiamato, si cresce sani dentro cornici di affettività e regole. La certezza del diritto dunque serve, ma non basta. Non previene, non educa, non interviene nella mente di un ragazzo ignaro che non sa nemmeno cosa sono questi tanto declamati decreti governativi. Peraltro talvolta doppioni di leggi già esistenti. Comunque non lo fa abbastanza.
Così senza un grande investimento nel progetto educativo, molta più famiglia e molta più scuola e molti più servizi educativi e di psicologia a supporto non ne usciremo. Come non ne saremmo usciti dopo la guerra senza un piano Marshall che, lo citiamo spesso come metafora, ma nessuno ricorda che corrispose a ben 13,3 miliardi di dollari dell’epoca. Non oso fare la traduzione in euro di oggi.
Le città vanno protette, ed i comportamenti violenti ed antisociali sanzionati. Di certo i genitori devono riparare i danni. Ma fare solo questo non serve. Vuol dire essere ciechi sui meccanismi sottostanti a questi fenomeni: che accadano nel nostro quartiere, in una scuola, nella nostra città. Non esiste un approccio militare alla psicologia dell’età evolutiva. Possono solo esistere piani politici di sviluppo e investimento che vadano in una direzione precisa, con delle idee in testa, ed accettando, come forse anche inevitabile, che tutti noi si debba stare qualche giorno in meno in vacanza, oppure andare un po’ meno a mangiare una pizza, quanto meno in proporzione al nostro status, pur di investire alcuni anni in questa sorta di “Piano Marshall” per i giovani. Anche per quelli più funzionanti, capaci di manifestare in modo ordinato. Avendo davanti a noi non le prossime elezioni ma questa e la prossima generazione.