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Tutti invasori o disperati: come le fazioni politiche si raccontano i migranti.
Quando il pensiero binario adultera la realtà
Foto Mannocchi 2

La sempre brava Francesca Mannocchi oggi, su Repubblica, scrive uno dei più interessanti pezzi sulla questione migranti che ho letto negli ultimi anni. Si vede che stare nei luoghi di guerra veri e non solo davanti ad un computer, come quando era in Ucraina, affina il pensiero.

La tesi di fondo dell’articolo, peraltro psicologicamente molto solida, è questa: nel discorso pubblico europeo, si oscillerebbe continuamente tra due poli speculari ed estremi pensando ai migranti come: «la minaccia da respingere o la vittima da salvare» senza nulla in mezzo.

Ma ciò che acutamente osserva l’autrice è che in entrambi i casi scompare la persona concreta.

Infatti parla di deumanizzazione. Mannocchi usa esplicitamente questo termine, ma con un’accezione interessante: non è deumanizzante soltanto rappresentare il migrante come pericoloso, invasore, criminale; può esserlo anche rappresentarlo esclusivamente come vittima passiva. Nel primo caso gli attribuiamo intenzionalità malevola; nel secondo gli sottraiamo intenzionalità. È particolarmente efficace la formula: «La prima figura criminalizza la capacità di agire. La seconda la cancella.»

Da un punto di vista psicologico, direi che qui Mannocchi coglie qualcosa di importante: riconoscere pienamente l’altro significa riconoscergli agency, cioè desideri, intenzioni, strategie, errori, contraddizioni e persino comportamenti che possiamo non approvare.

Un altro costrutto a me caro, come sanno i miei collaboratori che me lo ricordano spesso, è quello di “mentalizzazione”.

Una rappresentazione mentalizzante dell’altro presuppone che il suo comportamento sia comprensibile, a noi, attraverso stati mentali molteplici, opachi, mutevoli e talvolta contraddittori.

Mannocchi sfiora a questa concezione quando conclude descrivendo la persona migrante attraverso «la necessità e il desiderio, il calcolo e l’incoscienza, ciò da cui fugge e ciò verso cui vuole andare»

È forse, psicologicamente, il passaggio migliore dell’articolo.

Le due narrazioni estreme sono invece, in un certo senso, forme di collasso della mentalizzazione come quando presumiamo di sapere chi è l’altro prima ancora di conoscerlo. Se è un invasore, conosciamo anticipatamente le sue intenzioni; se è una vittima, conosciamo anticipatamente le sue motivazioni.

Il nostro dibattito politico su questi temi, sembra invece un dibattito anti-mentalizzante, anche perché, lo sappiamo, cercare di cogliere bene la complessità e le sfumature delle questioni sembra non pagare in termini di consenso elettorale: a destra ed a sinistra. Ma se non vedi bene il problema il problema rimane. Intatto.

C’è poi una categoria psicodinamica quasi inevitabile: lo splitting.

La rappresentazione politica trasforma una realtà multidimensionale in due oggetti relativamente puri:

migrante cattivo/pericoloso VS migrante buono/sofferente.

Mannocchi osserva acutamente che persino la rappresentazione benevola necessita di una sorta di vittima ideale: «deve avere sofferto abbastanza, deve essere partita per una ragione che noi consideriamo legittima, deve avere un passato irreprensibile, deve dimostrare gratitudine».

Quando manifesta desiderio di benessere, consumo o riconoscimento sociale, la sua innocenza diventa improvvisamente problematica. Mannocchi parla infatti di «una forma sottile di disumanizzazione». Perché non si concede all’umano migrante le stesse caratteristiche umane che concediamo a noi.

Qui ci soccorre anche la migliore psicologia sociale per esempio con il costrutto di Social Identity Theory. Per cui ed in sintesi l’outgroup viene percepito più facilmente come omogeneo dell’ingroup. Noi siamo individui; loro diventano categorie. Ossia se pensiamo a “noi”, ci immaginiamo tutti molto diversi, distinti, sfumati nelle nostre mille soggettività, se pensiamo a “loro” ce li rappresentiamo quasi tutti uguali.

Con il conseguente outgroup homogeneity effect: noi possiamo avere mille ragioni differenti per trasferirci a Londra, Berlino o New York — carriera, denaro, amore, curiosità, studio, desiderio di emancipazione — mentre chiediamo spesso a loro una spiegazione unitaria e moralmente legittimante.

Dove la Mannocchi rischia di ipersemplificare lei stessa è quando, per mostrare che il migrante viene imprigionato in due stereotipi, costruisce a sua volta una rappresentazione piuttosto schematica del discorso politico. Scrive infatti che il migrante diventa una funzione del discorso politico che «serve alla destra per organizzare la paura e a una parte della sinistra […] per dimostrare che chi arriva possiede ragioni sufficientemente dolorose da meritare di essere accolto».

C’è sicuramente del vero ma non è tutto vero. O non tutto dimostrato come vero. Soprattutto, rischia di produrre una semplificazione simile a quella che critica: esistono posizioni conservatrici sulla migrazione non riconducibili alla xenofobia, così come esistono posizioni progressiste che riconoscono pienamente agency e responsabilità individuale ai migranti.

Inoltre, che la rappresentazione dell’invasore possa essere utilizzata per alimentare paura e ostilità verso l’outgroup è ampiamente compatibile con ciò che sappiamo sui meccanismi di moral panic, stereotipizzazione e costruzione del nemico. Ma da questo non consegue che ogni percezione di minaccia sia immaginaria. Anche su questo la politica seria (e una classe dirigente non populista) dovrebbe ragionare laicamente.

Una società può avere problemi reali relativi a capacità di accoglienza, mercato del lavoro, integrazione, abitazioni, scuola, sicurezza, conflitti culturali e sostenibilità dei servizi pubblici. Riconoscere questi problemi non implica necessariamente deumanizzare chi migra.

Qui sarebbe utile distinguere tra minaccia simbolica e minaccia realistica, distinzione ben presente nella psicologia sociale intergruppi.

La minaccia simbolica riguarda identità, valori, cultura, contrapposizione fra ingroup e outgroup; quella realistica riguarda invece competizione percepita o effettiva per risorse, sicurezza e opportunità.

Mannocchi è molto efficace nel decostruire la prima, ma dedica diciamo meno attenzione alla seconda.

C’è inoltre un problema concettuale particolarmente interessante.

La giornalista vuole giustamente restituire agency al migrante. Ma agency significa non soltanto desiderio e libertà: significa anche responsabilità.

Se riconosciamo il migrante come soggetto adulto e non come vittima infantilizzata, dobbiamo poter riconoscere che può prendere decisioni intelligenti oppure sbagliate, rispettare oppure violare norme, cooperare oppure entrare in conflitto con la società ospitante. Almeno, come corretto per tutti noi, entro dei vincoli e dei limiti situazionali e di contesto. Altrimenti sarebbe solo un soggetto “tabula rasa” dove conta solo cosa ha marcato l’ambiente. Ma questo soggetto non esiste.

Così una piena umanizzazione dovrebbe permetterci di pensare che un migrante può essere vulnerabile senza essere innocente in tutto; può compiere un illecito senza per questo rappresentare «i migranti»; può desiderare una vita migliore senza avere automaticamente diritto a stabilirsi dove desidera.

Questo punto, questo mio suggerimento, mi sembra un passo avanti che potremmo fare a partire dalla riflessione su questo articolo. Un passo avanti nel discorso pubblico e politico. Che abbia però anche una base sulla natura psicologica umana.

Mannocchi arriva infatti alla questione politicamente più complessa quando introduce il significato da attribuire alla «libertà di movimento», e subito dopo domanda quale idea di essere umano sia implicita nelle politiche attraverso cui decidiamo «chi può muoversi, per quali ragioni e a quali condizioni».

È una domanda molto importante.

Ma proprio qui l’articolo si ferma.

Perché dal fatto antropologico che homo sapiens è una specie mobile non deriva automaticamente una determinata soluzione normativa: non ci dice quanto debbano essere aperti i confini, chi abbia titolo all’ingresso, quali numeri siano sostenibili o quale equilibrio debba esistere tra diritto individuale alla mobilità e diritto collettivo delle comunità politiche a regolamentare l’accesso.

Allora in un dibattito serio e non avvelenato, dovremmo dire che l’immigrazione può produrre opportunità e problemi.

Pertanto il contrario della polarizzazione non è scegliere una posizione intermedia tra invasori e disperati; è riuscire a mantenere mentalmente rappresentazioni complesse senza doverne espellere le parti scomode. Per cercare poi dei dispositivi politici flessibili e più adeguati.

Il problema nasce quando il sistema politico-comunicativo ci impone una scelta binaria: o riconosci la sofferenza, oppure riconosci i problemi; o difendi i confini, oppure riconosci l’umanità del migrante. È precisamente questa premessa che andrebbe rifiutata.

E questa posizione, anche come clinico, è quella che sentirei più importante, più utile ed alla fine più feconda. Rispetto alle “fughe” identitarie a destra come a sinistra.

Non si poteva certo chiedere a Mannocchi di trovare anche una soluzione politica a tutto questo, ma ha avuto il pregio di aver provato a spostare in avanti il discorso pubblico. Ne suggerisco la lettura a tutti.

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